Economia
l'analisi •
Prudenza non vuol dire mancanza di coraggio. Appunti per la prossima manovra
Superata la stagione legata alla esperienza (disastrosa) del Superbonus e quella (meno esaltante del previsto) del Pnrr, la sfida è quella di fare di fare del settore privato la fonte della crescita. Spunti per la legge di Bilancio 2027, nonostante il deficit
29 SET 26

Foto ANSA
Il deficit pubblico italiano 2025 è stato cifrato dall’Istat nel 3,1 per cento (anziché il 3,4 per cento inizialmente concordato con la Commissione europea). Si uscirà dalla procedura di infrazione nel 2027 (come del resto previsto). I mercati finanziari, altrettanto prevedibilmente, non hanno mosso un dito. La legge di bilancio 2027 sarà, forse, appena appena meno agevole di quanto si fosse ipotizzato (e il ministro dell’Economia avrà, a questo punto, un argomento in più per resistere alle pretese immotivate della sua maggioranza). In un contesto di tassi di interesse in rialzo e in presenza di significativi fattori di rischio a livello internazionale, la prudenza non potrà, peraltro, non rimanere la stella polare della politica di bilancio (e chi ha, comprensibilmente, in mente le prossime scadenze elettorali non sottovaluti il fatto che il consenso della attuale maggioranza non sembrerebbe essere stato scalfito da una gestione ordinata delle finanze pubbliche).
La prudenza non implica, peraltro, l’immobilismo né equivale a mancanza di coraggio. E dunque bene sarebbe, come è stato anticipato, fare un ulteriore passo in avanti nella riduzione della pressione fiscale. Ma si può fare, forse, anche di più senza pesare sul bilancio pubblico. In prospettiva, superata la stagione legata alla esperienza (disastrosa) del Superbonus e quella (meno esaltante del previsto) del Pnrr, la sfida è quella di fare di fare del settore privato la fonte della crescita. Il che è possibile se si costruisce un ambiente in grado di aumentare la disponibilità del capitale di rischio. E di indirizzarlo verso le imprese, in essere o nuove, possibilmente innovatrici. Per ottenere questo risultato evitiamo, se possibile, di cominciare evocando nuove “spese fiscali” che – ormai dovremmo averlo capito – si traducono spesso in norme che vanno e che vengono, di impatto modesto, frutto involontario della limitata conoscenza del legislatore. Cominciamo, piuttosto, con l’eliminare le fonti di distorsione dei comportamenti. Dopo quattro anni di meritoria prudenza nella gestione dei conti pubblici e di politiche di bilancio disciplinate, sarebbe una prova di forza non piccola uniformare la tassazione delle rendite finanziarie. Sottolineo, di tutte le rendite finanziarie (ivi inclusi, cioè, i titoli di stato oggi tassati al 12,5 per cento rispetto al 26 per cento delle azioni, delle obbligazioni corporate, degli exchange traded funds e dei fondi comuni d’investimento). Con la inevitabile gradualità (e quindi per le nuove emissioni). Per il bilancio dello stato non si registrerebbero impatti di sorta (o quasi): il maggior gettito derivante dall’adeguamento verso l’alto dell’imposta sulla rendita dei titoli di stato sarebbe più o meno compensato dal maggior onere per il servizio del debito.
Per il paese la ritrovata stabilità e credibilità verrebbe scolpita nella pietra: il debito della Repubblica italiana non avrebbe bisogno di trattamenti di favore per vedere aste affollate. L’Italia smetterebbe di essere una delle poche eccezioni in ambito europeo. Per le imprese italiane si tratterebbe, finalmente, di poter competere ad armi pari di fronte ai risparmiatori. E, ultimo, ma non meno importante, sarebbe molto difficile per qualunque futuro governo tornare indietro. Farlo sarebbe una evidente manifestazione di debolezza e come tale sarebbe sanzionata dai mercati. Si obbietterà che la fase attuale potrebbe non essere la più indicata per una mossa del genere. I tassi di interesse sono destinati a crescere nel medio periodo non solo per le tensioni inflazionistiche ma anche, se non soprattutto, per la crescente domanda di capitali indotta dall’avvento dell’Intelligenza artificiale. Una domanda di capitali che bisogna solo augurarsi che si riveli finanziariamente sostenibile (cosa per il momento tutt’altro che scontata). E’ una obiezione non necessariamente fondata: spostare l’enfasi sui comportamenti del settore privato è necessario oggi anche per porre le basi di una crescita sostenuta in grado di abbattere il rapporto fra debito e prodotto – e porci così al riparo – domani. Oggi, grazie al lavoro di questi anni, il paese dispone della autorevolezza e della credibilità per farlo e per farlo senza oneri. E con buona pace della procedura d’infrazione.
