Economia
Più o meno deficit •
Non tutto il male viene per nuocere. Stare al 3,1 per cento evita manovre a tutto debito
C’è una buona notizia in una cattiva notizia: ora sarà più facile resistere a una legge di Bilancio che rischia di dilapidare la preziosa reputazione conquistata
23 SET 26

Foto ANSA
L’Istat ha certificato che il rapporto deficit/pil per il 2025 non è sceso sotto il 3 per cento. Cattiva notizia, perché l’Italia non uscirà in anticipo dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, uscita che peraltro era programmata per il prossimo anno. La buona notizia è che l’avanzo primario, cioè il saldo al netto della spesa per interessi, è salito nel 2025 allo 0,8 per cento rispetto allo 0,5 dell’anno precedente, che è quello che conta per avvicinarci alla traiettoria programmata di discesa del debito. Sul deficit del 2025, come è noto, hanno pesato la coda della spesa per il Superbonus, regalo irresponsabile di chi ambisce ad andare ancora al governo nella prossima legislatura, e gli interessi sul debito.
Ma qual è la portata della cattiva notizia, al di là del mancato vantaggio di immagine che si sarebbe avuto con la certificazione anticipata della recuperata stabilità fiscale da parte dell’Italia?
Il riflesso concreto si avrà essenzialmente nel fatto che la spesa in deroga concessa da Bruxelles per ambiente e difesa, per un massimo di circa 36 miliardi per il prossimo biennio (1,5 per cento del pil), in caso di uscita dalla procedura di infrazione, pur se ugualmente contabilizzata nel deficit pubblico, non avrebbe portato automaticamente al rientro in procedura di infrazione in caso di nuovo superamento del 3 per cento. Poiché il paese rimane nella procedura, potrà ugualmente effettuare queste spese in deroga al percorso stabilito sulla spesa netta, ma l’aumento del deficit sarà valutato “normalmente” e renderà più difficile il rientro sotto il 3 per cento e, soprattutto, rimanervi.
Quindi, questa spesa addizionale, nell’ammontare che sarà deciso nella prossima legge di Bilancio, anche se in ogni caso ammessa per la deviazione dalla spesa programmata, toglierà spazio ad altre spese, o dovrà essere coperta da altre entrate, se si vorrà rimanere al di sotto del 3 per cento nel prossimo biennio. In realtà, siamo di fronte a un garbuglio di regole e clausole di complessa interpretazione, nella classica tradizione di Bruxelles, ma rappresenta un problema addizionale, almeno di comunicazione, per un governo in prossimità delle elezioni politiche.
Tuttavia, se si esce un momento dai ragionamenti intorno alle regole europee del Patto di stabilità e il complesso delle sue clausole in deroga, senza per questo mancare di dovuto rispetto alle regole e clausole stesse, conviene ricordare che le spese aggiuntive di cui si parla sarebbero state in ogni caso spese effettuate a debito. Non siamo di fronte a un problema contabile, ma a un problema sostanziale. Le deroghe di Bruxelles, qualunque sia l’interpretazione, non toccano il fatto che si tratta di debito nazionale, non europeo. Ciò non è indifferente, perché quel che conta è il consolidamento fiscale sostanziale, che incide sulla remunerazione del rischio richiesta da chi finanzia il debito italiano e che peserà sugli interessi da pagare sullo stock di debito che ogni anno viene emesso, sia come rinnovo del debito in scadenza sia come stock addizionale.
Non è una questione secondaria in un momento in cui tutti i debiti sovrani sono, se non ancora sotto attacco, certamente sotto attenta osservazione nei mercati finanziari. E questi mercati sono sufficientemente sofisticati per guardare oltre i cavilli delle regole fiscali europee per valutare, oltre la contabilità, la sostenibilità attesa dei debiti sovrani in base alla affidabilità dimostrata dai governi in carica e alle loro politiche.
Da questo punto di vista mi chiedo se non valga il detto “non tutto il mal vien per nuocere”. In altri termini, il minor spazio di spesa decretato dai nuovi dati Istat ai fini del rispetto delle regole europee forse dà maggior forza a chi nel governo si propone di resistere alle pressioni per una legge di Bilancio “espansiva”, nel senso di maggior spesa a debito, che rischierebbe di dilapidare la preziosa reputazione conquistata, per l’Italia ancor prima che per il governo.
Alcune spese non previste saranno inevitabili, non solo per la Difesa ma anche per interventi necessari ad affrontare la crisi energetica. Ma, appunto, l’auspicio è che ci si limiti a quelle necessarie, cioè a quelle che anche i mercati finanziari possono riconoscere come utili a rafforzare l’economia e, quindi, la sostenibilità del debito. E non altre.
Giovanni Tria
ex ministro dell’Economia