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Dazi record ma il commercio cresce. La globalizzazione resiste a Trump
Il 2025 ha segnato un massimo storico per gli scambi di beni internazionali, con un'unica, macroscopica eccezione: i flussi bilaterali tra Cina e Stati Uniti
24 SET 26

Foto ANSA
Nell’anno che doveva segnare la fine della globalizzazione, il commercio internazionale continua a espandersi. Il barometro dell’Organizzazione mondiale del commercio relativo al mese di luglio 2026 ha un punteggio di 102, che indica una crescita superiore al tendenziale (corrispondente al valore convenzionale di 100) e rispetto al mese di giugno.
A tirare sono soprattutto i componenti elettronici (collegati al boom AI) e gli ordinativi delle aziende. Ma anche i dati relativi a trasporti aerei, materie prime e autoveicoli sono positivi; sotto trend (99,6) ci sono solo i traffici merci via nave. Il barometro anticipa gli andamenti futuri ed è coerente con quelli recenti. In particolare, il commercio di beni è previsto crescere dell’1,4-1,9 per cento nel corso del 2026, a seconda dei prezzi dei prodotti energetici. Nel primo trimestre di quest’anno, la crescita tendenziale è stata del 3,2 per cento (ma non riflette ancora l’impatto di Hormuz).
Queste rilevazioni non sono isolate. Secondo il rapporto sulla connettività di Dhl, il 2025 è stato l’anno di maggior espansione dei traffici internazionali dal 2017. Solo il 4-6 per cento dei flussi ha subito aggiustamenti per ragioni di rivalità geopolitica nell’ultimo decennio. C’è un’unica, macroscopica eccezione: i movimenti di beni, capitali e persone dalla Cina agli Usa sono crollati del 42 per cento dal 2016, quelli in senso opposto del 37 per cento. Ma questa rottura si ricompone, almeno in buona parte, non appena si tiene conto delle triangolazioni attraverso paesi terzi che le imprese utilizzano per ricomporre le filiere, in barba alle restrizioni.
Dopo l’insediamento di Donald Trump le tensioni commerciali sono arrivate a livelli senza precedenti. Nonostante molti dei dazi iniziali siano stati bocciati dalla Corte Suprema, ne sono stati introdotti di nuovi e il valore medio delle tariffe è ai massimi. La maggior parte dei paesi destinatari ha evitato ritorsioni, ma alcuni – Cina e Canada in primis – hanno reagito, suscitando ulteriori inasprimenti dei rapporti. Eppure, la globalizzazione va avanti: come per Mark Twain, le notizie della sua morte sono grandemente esagerate. Come interpretare questo fenomeno? Semplicemente, abbandonare il commercio internazionale per cercare fornitori “locali” è costoso e complesso. Quando scriviamo che “l’Italia e la Germania sono partner commerciali”, intendiamo che migliaia di imprese e cittadini italiani e tedeschi acquistano gli uni dagli altri i prodotti di cui hanno bisogno. Lo fanno perché le alternative sono più scadenti o costose. Correggere i flussi commerciali, attraverso dazi o altro, equivale a imporre scelte sub-ottimali. Quindi l’effetto delle restrizioni finisce per scaricarsi nell’inflazione (o nella riduzione dei margini degli importatori) più che in un vero riassetto degli scambi. Questo deriva anche dalla complessità dell’economia contemporanea: ben pochi prodotti provengono interamente da un singolo paese. La maggior parte sono fatti da componenti realizzati e assemblati in altre nazioni.
Anche se fosse desiderabile, la promessa del segretario al Commercio americano Howard Lutnick (riportare negli Usa “l’esercito di milioni di persone che avvitano piccole viti per fare gli iPhone”) non è realizzabile. La società moderna è così ricca proprio perché ha spinto la specializzazione del lavoro a un livello che rende pressoché impossibile rinazionalizzare le produzioni. E anche il sogno di indurre le imprese a trasferirsi oltreoceano traballa: tempi lunghi, costi elevati e la difficoltà a reperire il personale qualificato. La globalizzazione non nasce da una scelta politica: è il risultato di miliardi di scelte individuali che, per nostra fortuna, è praticamente impossibile mettere sotto controllo.