Economia
la sottostima •
Il pil dell’anno dopo e quel puzzle ancora poco compreso
L’Istat rivede al rialzo la crescita, come accade ormai da vari anni. E’ tempo di rivedere i modelli, soprattutto la produttività per addetto
23 SET 26

Foto ANSA
Il deficit al 3,1 per cento ha monopolizzato la lettura dei conti pubblicati ieri dall’Istat, alimentando la solita discussione sui decimali che dovrebbero autorizzare nuove spese. Il ritorno sotto il 3 per cento avrebbe un significato per la procedura d’infrazione europea, ma immaginare che spalanchi le porte del bilancio significa ignorare tanto il debito pubblico italiano quanto il funzionamento del nuovo Patto di stabilità, che vincola il percorso della spesa netta anche dopo l’uscita dalla procedura d’infrazione. Non solo. Ma sperare di restare sotto il 3 per cento per poter fare altro deficit – questa l’assunzione implicita nel pensiero diffuso – continua a denotare un paese malato di debito pubblico.
Piuttosto, ieri la nostra attenzione era rivolta soprattutto alle revisioni del pil, perché da quelle dipende una parte della spiegazione del cosiddetto “puzzle occupati e output”, espressione introdotta da chi scrive su queste colonne ormai alcuni anni fa.
Breve riassunto della questione. Dal 2022-2023 in poi il pil è cresciuto generalmente meno dell’occupazione, con una conseguente flessione del prodotto per occupato. Risultato, questo, che ha attirato molta attenzione, soprattutto perché la capacità delle imprese di assumere sembrava convivere con un’economia quasi ferma. Da cui, per l’appunto, il battesimo in “puzzle” che all’epoca avevamo ipotizzato potesse essere spiegato, almeno in parte, da una sottostima dell’output.
Per prima cosa però va ricordato che il punto di partenza conta. Ponendo uguali a cento il pil reale e gli occupati del 2019, il primo rimane ancora oggi sopra i secondi; dunque, la produttività per addetto è oggi superiore al livello precedente la pandemia, cosa che contrasta con la percezione diffusa (storia separata sarebbe per la produttività oraria). Detto in altri termini, il calo degli ultimi 3-4 anni va letto insieme al guadagno precedente, altrimenti commettiamo l’errore fatto in questi anni da molti che hanno confuso una flessione con un giudizio sull’intero periodo.
In questo quadro, le nuove stime Istat di ieri aiutano a risolvere parte del “puzzle”. La crescita del 2025 passa infatti dallo 0,5 allo 0,6 per cento, mentre quella del 2024 sale dallo 0,8 all’1,1 per cento, con revisioni rispettivamente di uno e tre decimi di punto. Nel 2024 la distanza dalla crescita degli occupati si riduce sensibilmente, attenuando il puzzle proprio in un anno in cui appariva particolarmente evidente. Le correzioni interessano sia il pil reale sia quello nominale e coinvolgono diversi settori (in primis le costruzioni ma anche le attività professionali e scientifiche e tecniche).
Non è questo un appunto all’Istat. Anzi, con il trascorrere del tempo l’istituto acquisisce bilanci, informazioni fiscali e risultati delle indagini che permettono di sostituire valutazioni preliminari con misure più complete. Dopo la pandemia i cambiamenti nella composizione della domanda e della produzione hanno probabilmente ridotto l’affidabilità delle relazioni utilizzate nelle prime stime. Per questo, le revisioni appena ricevute non ci stupiscono; anzi, le avevamo ampiamente anticipate come già menzionato.
Alle agenzie statistiche va comunque posta una domanda. La frequenza delle revisioni al rialzo nel periodo successivo alla pandemia suggerisce di verificare se le prime stime tendano sistematicamente a sottovalutare l’attività. Una media degli errori significativamente diversa da zero segnala in genere una distorsione statistica e la loro prevedibilità sulla base delle informazioni già disponibili indica spazio per migliorare i metodi. Nel caso del pil italiano (come in quello di altri paesi dell’area euro) esistono entrambi i fattori, cosa che non dimostra necessariamente un difetto dei modelli usati dall’Istat, ma giustifica in ogni caso un esame severo.
In conclusione, ci sentiamo di sottolineare che le revisioni rafforzano la lettura che sosteniamo da tempo, secondo cui la ripresa dal 2020 in poi è stata robusta e largamente sottostimata. Questo risultato lascia aperta la questione della crescita futura, ma impone di aggiornare il giudizio sul passato con la stessa sollecitudine con cui si commentano i dati deludenti. Parafrasando un grande economista del passato, “se l’evidenza cambia, io cambio la mia opinione”.