Extraprofitti extraterrestri per finanziare promesse dell’altro mondo

La segretaria del Pd propone di tassare questo fantomatico margine per i produttori, ma lo fa senza spiegare esattamente a cosa si riferisce. Il problema è la scarsità o la concorrenza?

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Foto ANSA

Gli extraprofitti assomigliano agli extraterrestri: tutti ne parlano e molti sono certi che esistano, ma nessuno sa spiegare come riconoscerli. Sono anche contagiosi, visto che prima sono stati avvistati nelle banche, adesso nelle società energetiche e domani chissà. In una lettera al Corriere della sera Elly Schlein propone di tassarli per finanziare aiuti a famiglie e imprese, senza rispondere alla domanda decisiva su che cosa sia, esattamente, un extraprofìtto.
Partiamo dalle basi: il profitto è una grandezza contabile, pari alla differenza tra ricavi e costi. L’“extra” non esiste nei bilanci e deve essere definito rispetto a un valore considerato “normale”, che potrebbe essere il profitto dell’anno precedente, la media degli ultimi quattro o quello atteso prima della guerra. Nel 2022 l’Unione europea ha considerato eccedenti i profitti superiori del 20 per cento alla media dei quattro anni precedenti, adottando una convenzione che produce conseguenze paradossali perché, se un’impresa aveva registrato perdite, quasi ogni utile successivo era diventato “extra”, mentre se aveva realizzato profitti elevati, avrebbe potuto non esserlo neppure un guadagno prodotto dalla crisi.
Un aumento del prezzo dell’energia non implica automaticamente maggiori profitti, perché per sapere chi si è arricchito occorre ricostruire la filiera, distinguere produttori, importatori, raffinerie e distributori e osservarne ricavi, costi e quantità vendute. Come hanno spiegato Marco Leonardi e Leonzio Rizzo su questo giornale, fra il prezzo del greggio e quello del gasolio esistono diversi passaggi. La differenza tra il primo e l’ultimo, cioè tra il valore dei prodotti raffinati e il costo del greggio, è il margine lordo di raffinazione. Se la capacità produttiva è scarsa rispetto alla domanda, questo margine aumenta, cosa accaduta negli ultimi mesi. Un margine elevato può segnalare una rendita di scarsità e giustificare indagini sulla concorrenza, ma non dimostra un abuso o un misterioso “extraprofìtto”, perché quando un bene diventa scarso e la domanda reagisce poco, il prezzo sale.
Ma assumiamo pure che gli extraprofitti esistano. Il punto centrale è che tassarli non risolve il problema: se i margini derivano dalla scarsità la soluzione è aumentare l’offerta, mentre se derivano dal potere di mercato occorre aumentare la concorrenza. Supponiamo che poche imprese mantengano il prezzo del gasolio sopra il livello concorrenziale: tassarne gli utili non aumenta i concorrenti, non amplia la capacità di raffinazione, non facilita le importazioni e non riduce le barriere all’entrata, per cui sarebbe lecito aspettarsi che il prezzo resti elevato, così come la rendita. Lo stato diventerebbe così socio fiscale del monopolista, perché margini più alti producono maggiore gettito, mentre il consumatore continuerebbe a pagare lo stesso prezzo elevato. Se invece la tassa colpisse profitti maturati, la tassa sarebbe retroattiva, in contrasto con l’articolo 3 dello Statuto del contribuente. In Italia la retroattività tributaria non è vietata in assoluto dalla Costituzione, ma la Corte costituzionale esige una giustificazione ragionevole e un legame ancora attuale con la capacità contributiva, mentre restano rilevanti la certezza del diritto e l’affidamento di chi ha deciso e investito secondo le regole vigenti. Cambiare il conto dopo che la partita è finita è un metodo da stato padre-padrone, non da ordinamento serio.
Qui emerge la contraddizione della proposta di Schlein, perché la segretaria del Pd denuncia implicitamente un problema di concorrenza, ma propone come soluzione uno strumento fiscale. Se pensa che le imprese abusino del proprio potere di mercato, dovrebbe chiedere un’indagine dell’Antitrust, maggiore trasparenza sui margini e rimozione delle barriere. Se la capacità mondiale di raffinazione è insufficiente, siamo davanti a una rendita di scarsità; mentre se pochi operatori possono limitare l’offerta, esiste un problema di potere di mercato. Tassare lascia intatto il meccanismo che mantiene alto il prezzo e costituisce quindi redistribuzione, non politica energetica o della concorrenza. La proposta non combatte gli extraprofitti, implica piuttosto che lo stato vi partecipi.
Prima di proporre una tassa bisognerebbe almeno definire cosa si intende per extraprofitti, indicare chi li ha realizzati e spiegare come saranno misurati, altrimenti rimangono una base imponibile extraterrestre, arrivata da Marte giusto in tempo per finanziare promesse molto terrestri di campagna elettorale.