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I pascoli di Siena. Paradossi e misteri di una banca
La città vuole il suo Monte, destra e sinistra si uniscono nella battaglia per l’indipendenza. L’ipocrisia (e gli interessi) dietro il municipalismo

Se il Monte dei Paschi è Siena, come si dice, che se ne fa di Mediobanca che è Milano e delle Generali che sono Trieste, anzi la Mitteleuropa? (foto Getty)
Il Monte è Siena e non va smembrato, no al compromesso storico in veste bancaria: finanza bianca e finanza rossa, l’Intesa Sanpaolo di Giovanni Bazoli e Giuseppe Guzzetti con la Unipol che non si scrolla di dosso l’impronta della Lega coop. Un sussulto autonomista accomuna Eugenio Giani da Empoli, piddino presidente della regione Toscana, e il leghista Matteo Salvini, il responsabile economico del Pd, Antonio Misiani e il ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti, il quale è anche azionista con un pacchettino di quote che a questo punto non può più mollare. Destra e sinistra unite in questa battaglia per l’indipendenza. Ma se il Monte dei Paschi è Siena, come si dice, che se ne fa di Mediobanca che è Milano e delle Generali che sono Trieste, anzi la Mitteleuropa? Quanto c’è di ipocrita propaganda in questo municipalismo che accomuna tutto l’arco costituzionale e forse anche oltre? Con una variante davvero curiosa: quando Siena era governata dalla sinistra la destra s’accaniva su Mps, ha persino messo in piedi una commissione parlamentare presieduta da Gianluca Vinci, deputato calabrese di Fratelli d’Italia, per “far luce” sull’oscura morte di David Rossi ex capo delle relazioni esterne e magari anche interne del Montepaschi. Ora che Siena è a destra, la sinistra chiede che intervenga il governo Meloni per fermare Intesa e Unipol. Riformismo o tafazzismo?
Un sussulto autonomista accomuna Eugenio Giani e Matteo Salvini, il responsabile economico del Pd, Antonio Misiani, e Giancarlo Giorgetti
Paradossi e misteri hanno sempre accompagnato la plurisecolare vita di una banca vissuta di eccezioni e di anomalie, presentandosi in una veste economica tutta conti e guadagni o come una istituzione politica a seconda dei momenti e delle convenienze, lasciando che tanti, anzi troppi, pascolassero sul Monte dei Paschi (cioè pascoli in dialetto locale). Nella delibera del consiglio della Repubblica, il 27 febbraio anno domini 1472, era registrato come Monte Pio, cioè di pietà al fine di “provedere che le povere o miserabili o bisognose persone ne’ loro bisogni et necessità sieno adiutati et subvenuti”. Con il Granducato di Toscana arrivano i pascoli che s’estendono fino alla Maremma. Nel 1580 diventa banca pubblica perché a quel punto tutti a Siena e dintorni ne erano bisognosi. La città, fiera nemica di Firenze, non è sempre stata l’allegoria del buon governo come nell’affresco di Ambrogio Lorenzetti conservato nel Palazzo Pubblico.
Nel 1860, dopo secoli di emarginazione, Siena era deperita e la provincia impoverita. Nel suo romanzo “Tre Croci”, lo scrittore senese Federigo Tozzi racconta una città amara e una storia terribile ispirata a una vicenda vera nella quale anche il Montepaschi ha la sua parte. Siamo a inizio Novecento, tre fratelli, Niccolò, Giulio ed Enrico, nel tentativo di rimediare ai debiti di una libreria antiquaria lasciata loro dal padre, chiedono un prestito a cavalier Orazio Nicchioli, assessore comunale che si è fatto garante di una cambiale. Non basta, così i tre emettono altre cambiali a firma Nicchioli, senonché un funzionario del Monte informa l’assessore e Giulio travolto dallo scandalo si impicca nel suo negozio. Non è finita qui, Niccolò muore per un colpo apoplettico mentre Enrico, cacciato di casa, diventa un accattone e si consuma in un ospizio. Restano due nipoti, Lola e Chiarina, le quali insieme a Modesta, moglie di Niccolò, acquistano tre croci uguali per le tombe dei tre fratelli. “Quando Chiarina e Lola si soffermarono lì, ad aspettare la zia, il cielo era tutto cinereo, ma chiaro; e il sole faceva diventare abbarbagliante la nebbia dove restava ficcato. La campagna, sotto il Monte Amiata, sempre più sbiadita e uniforme. I contorni dei poggi si attenuavano, quasi sparendo. Anche i cipressi si velavano; meno che quelli vicini. Le mura della cinta cascano dentro la terra gialla, tra l’erba delle grosse greppaie…”. La Siena di Tozzi non è più quella di Lorenzetti, non è ancora quella del Montepaschi. I pascoli nel frattempo si sono inariditi, resta solo Mps per non farli scomparire.
La città, fiera nemica di Firenze, non è sempre stata l’allegoria del buon governo come nell’affresco di Ambrogio Lorenzetti
Nell’era del consociativismo, il sindaco era socialista, il presidente della provincia comunista, la banca spettava alla Dc, e la fondazione, azionista pressoché unica, era divisa tra tutti, comprese la Curia e l’Università che avevano i loro rappresentanti in consiglio. Allora sì che il Monte era Siena e Siena era il Monte. La filosofia di fondo era semplice: il Monte è un bene collettivo ed è la collettività che deve guidarlo. La collettività vuol dire i partiti, gli amministratori locali, i maggiorenti, con la politica al primo posto. Dal Palio alla squadra di basket fino a Emilio Giannelli, avvocato e vignettista del Corriere della Sera, chi non stava nel Monte non era senese. Nel mondo di sopra e in quello di sotto spuntavano grembiulini e compassi. Sulla scrivania di Tina Anselmi, presidente della Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2, era arrivata la fotocopia di un finanziamento del Monte dei Paschi a Silvio Berlusconi, grazie al quale, lo ha sempre ricordato riconoscente il Cavaliere, l’allora “palazzinaro” lombardo costruì Milano1 e Milano2. Un bel giorno furono rovesciati sul tavolo anche gli elenchi dei “fratelli” che dalle Alpi a Favignana avevano consegnato anima e destino alle segrete logge massoniche. L’Anselmi li prese e ne riempì una stanza di palazzo San Macuto, sede della commissione. Era il 1993 e le Mani pulite si allungavano anche su quella specie di “libera repubblica” senese. Tutto doveva cambiare si disse, come sempre si dice.
La filosofia di fondo era semplice: il Monte è un bene collettivo ed è la collettività che deve guidarlo. Cioè i partiti, gli amministratori locali, i maggiorenti
Sembra arrivato il momento buono nel 1990 quando Giuliano Amato vara, insieme a Guido Carli che gli succederà al ministero del Tesoro, la riforma che dà un nuovo assetto alla “foresta pietrificata”, come il “dottor sottile” chiamava il sistema bancario italiano che si apre al mercato con la quotazione in borsa. Tuttavia la fondazione senese ottiene una eccezione alla legge, cioè la facoltà di detenere più della maggioranza, il 58 per cento del Monte. Ma l’onda “mercatista” è in quel momento forte abbastanza da portare anche a Siena gli homines novi. Nel 2005 si scatena una “guerra per banche” che vuol stravolgere lo stesso Montepaschi, il quale rischia di finire (già allora) nelle mani dell’Unipol. “Abbiamo una banca”, si lascia sfuggire ingenuamente Piero Fassino, parlando al telefono con Giovanni Consorte, che guida la compagnia di assicurazione controllata dalla Lega. Nella trasversalissima Siena, però, hanno ben altro in mente. Niente polo bancario rosso, così la Bnl va ai francesi di Bnp Paribas, l’Antonveneta se la passano nel giro di un anno gli olandesi di Abn Amro, i britannici della Royal Bank of Scotland, gli spagnoli del Banco di Santander. E il Monte resta solo. Sempre meglio che male accompagnato? Non è di questa idea Giuseppe Mussari, l’avvocato calabrese arrivato nel 2001 al vertice della fondazione e poi nella plancia di comando della banca. Nel 2007 l’intero panorama finanziario italiano cambia radicalmente. Banca Intesa (erede del Banco Ambrosiano, più la Cariplo e la Commerciale) si fonde con il Sanpaolo di Torino e, tanto per gradire, si mangia anche il Banco di Napoli; per tutta risposta Unicredito si prende Capitalia (l’ex Banca di Roma che si era fusa con il Banco di Santo Spirito). Le vecchie paratie tra Roma, Milano e Torino cadono, si allentano i legami pontifici delle banche romane così come quelli del cattolicesimo lombardo e della massoneria laica del Nord Italia. Non c’è dubbio che anche in tutti quei casi la politica “vigilava”, svolgeva una sua moral suasion, influenzava. Romano Prodi era molto vicino a Giovanni Bazoli, il dominus di Intesa, e si dice che fu proprio una telefonata da parte del capo del governo appena rientrato da Madrid ad avvertire Bazoli che Emilio Botìn, il patron del Banco di Santander, potentissimo banchiere considerato vicino all’Opus Dei, si era messo in movimento per far saltare i piani di Banca Intesa. Ma allora la politica, pur attiva dietro le quinte, lasciò fare ai banchieri (più o meno amici) sotto l’occhio vigile della Banca d’Italia guidata da Mario Draghi.
E il Montepaschi, vaso di coccio tra vasi di bronzo? La banca senese vuole stare nel grande gioco, vuole diventare il terzo polo (già allora era una vera ossessione della politica e del mondo bancario italiano), così pensa di raccogliere l’Antonveneta, trattata come uno straccio. Ma non ha abbastanza capitale né abbastanza denaro liquido. Per il primo i vertici della banca s’ingegnano con dei contratti derivati che coinvolgono anche la Deutsche Bank e Nomura, però l’operazione si rivela un pastrocchio; per i liquidi contano sulla cassa di Antonveneta che nel frattempo era stata svuotata, passando sotto il Santander. Il 2011 si chiude con un buco di 4,69 miliardi di euro. Mussari getta la spugna e finisce sotto processo insieme ai suoi principali collaboratori. Sono in ballo ben 10 miliardi di euro. E’ uno scandalo di prima grandezza, ma è solo la miccia che fa scoppiare le polveri accumulate nel tempo. Dai libri contabili del Montepaschi risultò che c’erano 47 miliardi di prestiti non riscossi, molti dei quali ormai irrecuperabili, intestati a clienti di gran nome, ma anche a piccoli debitori messi a terra dalla crisi. Volano le accuse di truffa, aggiotaggio, bancarotta fraudolenta e tutto il resto. Mussari viene condannato nel 2019 a sette anni e sei mesi di reclusione. Nel 2022 la corte d’appello ribalta la sentenza di primo grado: assoluzione per lui e tutti gli altri imputati.
Che fare del Montepaschi? “Salvataggio, salvataggio”, è un bene comune, un bene prezioso, e il “laissez faire” non abita più a Roma (ammesso che ci abbia mai messo piede). Ma chi paga? Entrare nei dettagli può essere noioso, ma è fondamentale per non dimenticare quanto è stato speso per la banca senese. Il bilancio 2017 chiude un tragico decennio con perdite cumulate di 23,5 miliardi di euro. Il primo intervento significativo dello stato era avvenuto cinque anni prima con i “Monti bond”, un prestito subordinato da 3,9 miliardi di euro; questo strumento è stato rimborsato solo parzialmente, con perdite residue per il Tesoro italiano. Nel 2017 arriva l’operazione di “ricapitalizzazione precauzionale” con un impegno pubblico di 5,4 miliardi di euro equivalente al 68 per cento del capitale della banca. Tra il 2021 e il 2024 ci sono ulteriori interventi indiretti legati alla gestione dei crediti deteriorati (Npe) e all’utilizzo delle Dta (Deferred Tax Assets), con benefici stimati in circa 3 miliardi di euro: garanzie statali, con l’utilizzo delle garanzie pubbliche per sostenere l’emissione di bond e assicurare la liquidità della banca durante le crisi di fiducia, ha comportato costi impliciti per il sistema economico; perdite legate alla gestione del capitale pubblico. Il valore delle azioni detenute dallo stato si è deprezzato, con perdite stimate fino al 2024 in circa 2 miliardi a causa della sottoperformance del titolo rispetto al settore. Vanno poi ricordati i contributi privati, a cominciare da quelli degli azionisti che hanno partecipato alle ricapitalizzazioni successive al 2012, spesso in condizioni di forte diluizione del capitale, con perdite complessive che superano i 4 miliardi di euro.
Si grida al “salvataggio”, il “laissez faire” non abita più a Roma. Ma chi paga? E’ fondamentale non dimenticare quanto è stato speso per la banca senese
Il salvataggio di Stato apre un batti e ribatti con la Commissione europea. Bruxelles solleva la paletta rossa: aiuti di Stato e chiede che il Tesoro venda. Roma non si sottrae a parole, ma prende tempo, una dozzina d’anni almeno. Gentiloni nazionalizza poi i governi successivi, a mano a mano che la banca viene risanata e il valore delle azioni risale comincia a cedere delle quote, servono a fare cassa, ma anche a dimostrare all’Ue una buona disposizione. Secondo le stime gli interventi per il salvataggio hanno avuto un costo complessivo di 20 miliardi di euro, più dell’Alitalia. L’importo comprende 12 miliardi di risorse pubbliche e 8 miliardi a carico di azionisti privati e rappresenta uno sforzo senza precedenti. La nazionalizzazione doveva essere “temporanea”, un attributo farisaico, fondamentale per impedire che la Bce e l’Ue bloccassero l’operazione, che rappresenta un aiuto di Stato a una banca che non aveva i requisiti patrimoniali per reggersi da sola.
D’accordo, ma il Montepaschi è risorto dalle proprie ceneri e a quel punto il Tesoro ha incassato dividendi. Tutto vero. Però anziché a Siena le azioni sono andate in Lussemburgo (Delfin è primo azionista), a Roma e a Milano. Il Tesoro doveva vendere, se no Bruxelles avrebbe perso la pazienza, così nasce nel novembre 2024 l’operazione con gli smarriti eredi Del Vecchio, Francesco Gaetano Caltagirone e il Banco Bpm cioè la ex Banca Popolare di Milano tanto cara alla Lega, una cordata benedetta se non favorita dal governo secondo l’inchiesta giudiziaria ancora aperta. S’innesca una reazione a catena, si forma un triangolo tra Roma, Milano e Trieste (quelli sì son verdi pascoli), finché non arriva il compromesso bianco-rosso. Intesa Sanpaolo scende in campo con un volume di fuoco da oltre cento miliardi di euro, a tanto arriva il suo valore di borsa. Il Montepaschi capitalizza 35 miliardi di euro e vuole prendersi due banche come Bpm e Banca Generali che ne valgono altrettanti. Ci risiamo, il lupo perde il pelo non il vizio? A questo punto torna a sventolare il gonfalone di Siena che è bianco e nero non bianco e rosso (come nell’asse Intesa-Unipol se si crede al compromesso bancario). La città vuole il suo Monte, sul quale si possa pascolare in santa pace, destra e sinistra, i fratelli d’Italia e i piddini, i leghisti, i grillini (perché no), tutti in barca, per non parlar del generale. Ma questa è cronaca dei nostri giorni.