L’Inps non è il posto giusto per la previdenza complementare

L'Istituto aveva già gestito un fondo pensione in passato, con risultati poco soddisfacenti. Le problematiche sono molteplici, dalla scelta della governance all'inesperienza in tema di investimenti

28 AGO 26
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Foto ANSA

L’idea di un fondo pensione a capitalizzazione gestito dall’Inps è il fiume carsico dei dibattiti nazionali sul tema della previdenza complementare. E’ un’idea tanto ricorrente quanto sbagliata, riemersa recentemente in connessione con la proposta di istituire un contributo statale alla previdenza complementare per ogni nuovo nato, da far confluire alla nascita in un fondo pensione gestito dall’Inps. La proposta non è priva di merito, è una “spinta gentile” all’adesione, del tipo di quelle congegnate da Richard H. Thaler, premio Nobel per l’Economia del 2017. E non è una novità assoluta, anche per l’Italia: qualcosa di simile già si pratica in Trentino-Alto Adige. Però, un fondo pensione complementare gestito dall’Inps ha le carte in regola per non funzionare.
Per meglio inquadrare la questione, vale anzitutto la pena ricordare che un fondo pensione di previdenza complementare gestito dall’Inps non sarebbe un inedito. E’ il caso di FondInps, che è stato soppresso nel 2020 perché non funzionava. Nato come fondo pensione residuale, destinato a raccogliere il contributo Tfr delle adesioni tacite di chi era sprovvisto di un fondo contrattuale, FondInps, schiacciato da costi operativi significativi in rapporto a un numero esiguo di adesioni, esaurì ben presto la sua funzione storica. Ma non si tratta solo di un precedente – comunque da non sottovalutare. E’ una questione più ampia, di modello di funzionamento della previdenza obbligatoria, quella di primo pilastro, al centro della missione dell’Inps e delle Casse Professionali, e di quello, completamente diverso, della previdenza complementare.
I fondi pensione di previdenza complementare investono in Italia come altrove nei mercati finanziari internazionali. Quindi, anche il fondo di previdenza complementare gestito dall’Inps (d’ora in poi FondInps 2.0) dovrebbe farlo.
L’Inps è un ente a ripartizione e non accumula risorse, a differenza dei fondi pensione complementari. Di conseguenza, non investe sui mercati finanziari internazionali (e neanche su quelli nazionali, per la verità). Dunque, si dovrebbe dotare delle competenze necessarie per farlo. Certo, potrebbe acquisirle, ma sarebbe efficiente farlo? Forse no, considerato che già esistono soggetti che lo fanno, con costi in molti casi piuttosto contenuti. Nell’industria della previdenza complementare i costi fissi sono significativi e pagarli più volte, moltiplicando i fondi pensione, non è una buona idea. C’è poi il tema non secondario della dimensione dei flussi contributivi: se questi rimangono contenuti rispetto ai costi, si ritorna alle ragioni che hanno condotto alla soppressione di FondInps.
A questo punto, qualcuno potrebbe suggerire di accantonare l’idea dell’investimento nei mercati finanziari, proponendo di corrispondere un tasso interesse stabilito per legge ai contributi che affluiscono. Si tratterebbe di una semplice operazione contabile e su questo l’Inps è fortissima. La proverbiale pezza peggiore del buco.
Un tasso fissato per legge non funziona, finisce per essere o troppo basso – un costo per chi potrebbe investire i contributi in maniere più proficue – o troppo alto, gravando, prima o poi, sulle casse dello stato. Senza considerare che ci sarebbe un bel da fare per convincere l’Europa che non si sta aumentando ancora la spesa pensionistica.
Detto questo, anche concedendo che l’Inps possa in modo economico gestire un fondo di previdenza complementare a capitalizzazione vero e proprio, quindi investendo nei mercati finanziari internazionali, un problema, non secondario, rimane: la collocazione di FondInps 2.0 nel quadro di regole e di controlli nazionale e internazionale, propri della previdenza complementare. In primo luogo, non è ovvio che le regole e i controlli per un fondo pensione amministrato da un ente come l’Inps, che gestisce il risparmio obbligatorio, siano gli stessi di quelle dei fondi pensione complementari. Ci sono ragioni per credere di no. Le Casse professionali, che pure gestiscono risparmio obbligatorio e investimenti finanziari, non sono soggette ai controlli e alla regolamentazione dei fondi pensione. Si vuole replicare quel modello anche per un fondo pensione gestito dall’Inps? Meglio di no.
In secondo luogo, come sarebbe fatta la governance di un fondo pensione complementare gestito dall’Inps? Magari di tipo politico, anche considerando che, in ragione della funzione che l’Inps svolge, il sindacato cui è soggetto il nostro principale ente previdenziale è di tipo politico. Va bene per un ente di previdenza obbligatoria a ripartizione come l’Inps, che deve garantire il rispetto di un patto tra generazioni. Ma non per un fondo a capitalizzazione, la cui missione è quella di trasformare, nel modo più efficiente possibile e, quindi, senza assecondare un mandato politico, i contributi in prestazioni. La confusione di missioni non giova, ce lo suggeriscono il buon senso e l’esperienza internazionale. In ultimo, poi, il tema dei controlli. L’autorità preposta a controllare il sistema dei fondi pensione è la Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip), un’autorità amministrativa indipendente a sua volta soggetta all’alta vigilanza del Ministero del Lavoro. Quindi, la Covip, soggetta all’alta vigilanza del ministero, dovrebbe controllare un fondo pensione gestito dall’Inps i cui vertici sarebbero nominati da quello stesso ministero. Lo gnommero di gaddiana memoria.
Mario Padula
Ex presidente Covip e professore di Economia Politica all’Università Ca’ Foscari di Venezia