Un sindaco abruzzese "nazionalizza" una pompa di benzina e ispira Fratoianni

Contro il caro carburanti il leader di Avs dice che "è tempo di ripensare a un ritorno al controllo pubblico di tutte le reti infrastrutturali e dei servizi strategici del paese. Energia e acqua tornino sotto il controllo pubblico"". Ma il caso di Villa Castellana è un modello di riferimento tutto locale

25 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 18:52
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Per contrastare il caro carburanti il campo largo si sta dando da fare. E mentre Elly Schlein (insieme al ministro dell'economia Giorgetti) spinge per tassare gli extraprofitti delle società energetiche, il leader di Alleanza Verdi-Sinistra Nicola Fratoianni chiede a gran voce una rinazionalizzazione. "È tempo di ripensare a un ritorno al controllo pubblico di tutte le reti infrastrutturali e dei servizi strategici del paese", ha scritto in un post, in cui per rilanciare la sua idea si aggancia a un caso di cronaca locale molto chiacchierato nelle ultime ore. A Valle Castellana, borgo montano di 800 abitanti in provincia di Teramo, l’unico impianto di carburante del paese è gestito direttamente dall’amministrazione comunale, che da quattro anni vende benzina e diesel quasi al prezzo di costo. In sostanza, il comune acquista il carburante e dopo lo rivende senza applicare alcun margine di guadagno, traducendo il tutto in un risparmio alla pompa tra i 10 e i 20 centesimi al litro rispetto a un normale self-service.
Con il caro carburanti però questa mossa non ha nulla a che fare. Come ha spiegato lo stesso sindaco Camillo D’Angelo, dopo il terremoto del 2016 e lo spopolamento delle aree interne, quel distributore non era più economicamente conveniente ed era a un passo dalla chiusura. Il rischio, dunque, era di perdere un punto di rifornimento necessario all'intera zona. "È nato tutto per una esigenza reale, e ora è diventata una opportunità, tanto che diversi comuni come quello di Castelli, sempre in provincia di Teramo, ci hanno chiesto come attivare l’iter per seguire il nostro esempio”, ha spiegato il primo cittadino. La storia, considerata da testate e social "un successo", ha richiamato l'attenzione della politica nazionale. Tanto che per Fratoianni ora una vicenda locale potrebbe giustificare addirittura una strategia da applicare in tutta Italia. "È così che si abbassano i prezzi. Semplice, no?", ha scritto il leader di Avs. "Se i prezzi del privato son troppo alti, interviene il pubblico, che ne acquisisce il controllo e può applicare prezzi minori perchè non deve guadagnarci. Forse qualche fan accanito del libero mercato potrebbe essere rimasto senza parole, ma per noi non c'è nulla di sorprendente". Da qui, ecco la nostalgia del periodo pre-privatizzazioni: "Il controllo pubblico di beni e servizi essenziali è stato un caposaldo dell'Italia per decenni – si legge nel post –. "Poi c'è stata l'ubriacatura delle privatizzazioni, la credenza che tutto potesse essere risolto con il libero mercato. Noi crediamo sia ora di invertire la rotta". Il piano dunque è quello di riprendere in mano il controllo dei servizi strategici del paese "a partire dall'acqua e dall'energia. Funziona ed è la cosa giusta da fare". 
La proposta di Fratoianni potrebbe – perchè no – confluire anche nel programma del campo largo. Il like al post da parte di Virginia Libero, leader dei Giovani democratici (che qualche giorno fa hanno commemorato Fidel Castro), lascia pensare che alla giovanile del Pd la proposta non dispiaccia. Di sicuro è fra quelle più votate su "Decidiamo!", piattaforma di Avs che raccoglie le iniziative e le proposte degli iscritti. Fra queste, appunto, spicca quella di un "vero programma socialista”, con tanto di "nazionalizzazione di banche, assicurazioni, grandi gruppi industriali", ma anche  aziende del settore dell’energia e delle infrastrutture. Fratoianni rilancia idee simili, peccato che lo fa su un presupposto sbagliato. Intervistato da Quotidiano nazionale, l’economista e docente della Luiss Alessandro Lanza, dirigente della Fondazione Eni ‘Enrico Mattei’ ha immediatamente ridimensionato il caso di Valle Castellana come "monopolio naturale in territorio montano isolato". Un esperimento, dunque, del tutto locale e incapace di reggere su larga scala, dato che nei centri più grandi e con più operatori privati, "un impianto comunale a prezzo di costo rischia di creare un caso di concorrenza sleale" e relativi contenziosi.
I costi di acquisto e gestione di una singola stazione di rifornimento, poi, non sarebbero poi paragonabili a quelli di un'intera rete infrastrutturale energetica. Basti pensare che per portare al 100 per cento pubblico le quindici società quotate partecipate dal Mef (tra cui quelle che si occupano di reti e servizi strategici), lo stato arriverebbe a spendere più di 261 miliardi di euro (il dato si trova sottraendo alla capitalizzazione delle società la quota che è già in mano allo stato). E poco importa se il processo di privatizzazione abbia portato a un aumento dell'efficenza e della redditività aziendale, contribuendo anche ad accrescere la capitalizzazione della Borsa italiana e l'afflusso di capitali esteri. Poco importa, anche, che la privatizzazione sia stata un buon affare per il bilancio dello stato. Come spieghiamo qui, infatti, nel 1991 le imprese pubbliche avevano 810 lire di debiti ogni cento lire di fatturato. Per quelle private il rapporto era di 270 lire. Dal 1980 al 1994 il saldo passivo è di 120.680 miliardi di lire, 62 miliardi di euro o giù di lì. Dal 1992 in poi sono state cedute in tutto o in parte 93 aziende con un incasso pari a 190 miliardi di euro, e il Tesoro ha effettuato direttamente operazioni di privatizzazione per un controvalore di circa 66,6 miliardi di euro. Ecco, tutto ciò non importa, perché per Fratoianni "è così che si abbassano i prezzi": tornando indietro. "Semplice no?".