Economia
la crisi industriale •
La verità sull’ex Ilva: cosa insegnano questi 14 anni
E’ ora di sancire la fine del ciclo integrale a caldo dell’acciaio in Italia. E c’è un solo responsabile: lo stato, che attraverso vari governi ha adottato una sfilza di misure contrastanti
21 AGO 26

Foto ANSA
Come è stranoto, l’ex Ilva è in testa alla lista delle crisi industriali che il governo non intende mantenere ancora aperte nella prossima campagna elettorale. Com’è altrettanto chiaro a chi segue le vicende della siderurgia, per tale obiettivo il governo dovrebbe però condurre molto in fretta un’operazione-verità. Fondata su due pilastri. Il primo è dire una volta per tutte in chiaro che a Taranto è finita, la lunga storia dell’acciaio a ciclo integrale a caldo, cioè da altoforno. La seconda è un meticoloso dossier che spieghi perché e come si sia arrivati a questo, a 14 anni dai sequestri giudiziari che diedero inizio all’agonia dell’ex maggiore acciaieria europea.
Solo se il governo avrà questo coraggio c’è una vera possibilità che la disponibilità dichiarata attraverso Federacciai da 14 gruppi siderurgici privati italiani per il rilancio dell’area a freddo si traduca da seria manifestazione di responsabilità nazionale, in un vero progetto industriale. Il paradosso nel paradosso è che in 14 anni lo stato commissariatore e sequestratore sia riuscito a uccidere gli altoforni a Taranto proprio mentre l’Europa oggi finalmente capisce che le misure assunte negli anni, come l’Ets, hanno spalancato la nostra porta all’acciaio cinese e indiano. E ora, grazie ai milioni di tonnellate in più di produzione europea per effetto della Salvaguardia speciale Ue, a riprendere la produzione sono gli altoforni di Arcelor-Mittal in Francia, Spagna e Polonia. Mentre noi la produzione a caldo l’abbiamo assassinata.
L’operazione-verità dell’addio alla produzione a caldo spetta al governo perché non sono i privati, ma lo stato a portarne la responsabilità. Non c’è nessun altro paese al mondo che, di fronte alla transizione ambientale della sua siderurgia, abbia deciso di imboccare la via seguita in 14 anni dallo stato italiano. Una colossale babele di misure contrastanti. Sequestri giudiziali a oltranza, autorizzazioni d’impatto ambientale successive e sempre contestate, istituzioni locali contrarie a questo e a quello, divise al proprio interno fra protrazione dell’impianto e chiusura. E poi governi nazionali di diverso colore impegnati a dare un calcio alla lattina, nel miraggio di sempre più mirabolanti gare di aggiudicazione degli impianti a soggetti siderurgici italiani ed esteri pronti a sobbarcarsi i costi divenuti stellari delle perdite dell’azienda, dei suoi debiti, della perdita di clienti, della crescente mole di investimenti, sia nel caso che l’investitore proponesse la coesistenza fra residui altoforni e forni elettrici, sia invece che scegliesse la via di soli forni elettrici, da alimentare con impianti per il preridotto – ma non si sapeva poi come, visto che per 3-4 milioni di tonnellate annue servirebbe una quantità di energia elettrica mostruosa. Ma Taranto il rigassificatore mica lo vuole, e il tutto continuando a pagare a prezzi folli sia gli Ets sia l’energia elettrica, e non sapendo dove trovare il rottame di ferro necessario a impianti per il preridotto, visto che già oggi non si trova quel che serve alla siderurgia italiana per il 90 per cento già a forni elettrici, e che sul rottame siamo diventati sempre più dipendenti dall’estero. La sentenza della Corte d’Appello di Milano che dispone la chiusura definitiva dell’area a caldo a Taranto entro le prossime otto settimane è solo l’ultimo atto nel drammatico elenco di follie. La possibilità di evitare questa tragedia c’era: nel 2014 il piano Bondi-Mapelli è stata l’ultima realistica possibilità per un’ordinata e graduale transizione tra ciclo integrato a caldo e forni elettrici, sostenibilità ambientale ma anche sostenibilità finanziaria degli investimenti necessari. Persa quell’occasione, nessun flusso finanziario realizzabile nella condizione degli impianti Ilva a Taranto poteva alimentare investimenti, e col tempo nemmeno più ripagare costi e debiti. Tutto ciò i 14 gruppi privati italiani interessati all’area a freddo lo sanno benissimo. Tant’è vero che la loro disponibilità è non vincolante, né comporta, allo stato attuale, alcun impegno a procedere alla realizzazione dell’operazione. E’ solo lo strumento indispensabile per entrare nel data room finanziario di Acciaierie d’Italia ed ex Ilva, per accedere agli impianti e constatarne stato dell’arte e manutenzione, nonché per verificare le condizioni per un progetto complessivo dell’area a freddo. Se ci si crede, allora lo stato deve concentrare tutte le ultime risorse finanziarie autorizzate dalla Ue sul sostegno di un nuovo grande forno elettrico, su come alimentarlo con preridotto e su come sostenerne forniture e costi energetici. Tutto ciò significa, se va bene, a occhio e croce 4 mila occupati, mentre per 7 mila tra ex Ilva e indotto bisogna immaginare formazione e ricollocazione. Anche per questo serve l’operazione-verità: dev’essere chiaro a tutti, il vero responsabile di questo sabba satanico durato 14 anni.