Economia
dalla puglia alla liguria •
Paradosso d’acciaio su Ilva: cosa significa lasciar morire l'area a caldo
La cordata di acciaieri italiani guarda agli impianti di laminazione di Genova e Novi Ligure. Ma se l’area a caldo si spegne, salta l’integrazione che per sessant’anni ha tenuto insieme l’ex Ilva. Ora tocca allo stato decidere
14 AGO 26

La possibile cordata di acciaieri italiani pronta a rilevare gli impianti a freddo dell’ex Ilva racconta forse meglio di molte dichiarazioni ufficiali che cosa resta oggi della grande siderurgia di Taranto. E soprattutto che cosa il mercato considera ancora salvabile. Da una parte c’è l’area a caldo. La decisione della Corte d’appello di Milano, che ne ha ordinato lo stop entro 90 giorni (ormai ne mancano meno di 75) subordinando la ripartenza alla completa bonifica dell’amianto e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili, rischia di essere il colpo di grazia a impianti già segnati da anni di sequestri, mancati investimenti manutentivi e progressivo deterioramento. Senza una soluzione industriale e finanziaria immediata, altiforni, cokerie e acciaierie rischiano semplicemente di spegnersi e arrugginire al sole replicando a Taranto una Bagnoli on steroids con conseguenze sociali che sembrano del tutto sottostimate.
Dall’altra parte c’è invece un pezzo dell’ex Ilva che interessa ancora agli imprenditori. Sono gli impianti di laminazione e trasformazione a freddo, a partire da Genova e Novi Ligure: stabilimenti che producono acciai laminati, zincati e rivestiti destinati all’industria manifatturiera. Non è un caso che a guardarli siano soprattutto acciaieri che dell’Ilva sono clienti. Nessuno sembra disposto a caricarsi da solo il rischio dell’intera operazione, ma consorziandosi insieme potrebbero avere interesse a preservare capacità produttive e lavorazioni strategiche per diverse filiere. Sarebbe però un’Ilva completamente diversa. Per decenni il senso industriale del gruppo è stato l’integrazione: Taranto produceva l’acciaio e gli stabilimenti del nord lo trasformavano. Se l’area a caldo scompare, quella catena si spezza. Ed è qui che cominciano le domande più interessanti. Con quali bramme o coil verranno alimentati gli impianti a freddo? Acciaio prodotto in Italia o importato? Da quali paesi e a quali condizioni? E soprattutto: se si intende davvero ottenere finanziamenti pubblici per rendere possibile l’operazione – nonostante le attività in questione non siano in perdita – quali le garanzie e le contropartite per lo stato? La cordata italiana, insomma, potrebbe salvare una parte importante dell’ex Ilva. Ma proprio il suo possibile successo rischia di certificare il fallimento del progetto che per oltre sessant’anni aveva giustificato il sito di Taranto: produrre in Italia, partendo dal minerale, l’acciaio necessario alla nostra industria. Il mercato sembra aver già scelto cosa tenere. Ora tocca allo stato decidere cosa fare di tutto il resto.