Economia
rimandato a settembre •
La promessa nucleare del governo Meloni salta l'appuntamento con l'estate
Niente legge delega prima della pausa estiva. Si ricomincia a settembre con l’opposizione pronta a fare muro e il rischio che il dibattito venga risucchiato dalla campagna elettorale. L'incognita dei centristi Calenda, Marattin e Picierno e la possibile sponda di Vannacci
14 AGO 26

Non sono bastati auspici e promesse del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il 13 maggio in Senato in risposta a un’interrogazione di Carlo Calenda sull’istituzione di una cabina di regia per affrontare le priorità strategiche del paese, e più di recente, anche a luglio inoltrato, del ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin; non si è riusciti ad approvare prima della pausa estiva il disegno di legge delega sul “nucleare sostenibile”.
Dopo l’approvazione della Camera e il passaggio senza modifiche alla commissione Ambiente del Senato, il testo non ha trovato spazio negli ultimi giorni di lavori in Aula. Se ne riparlerà dopo il 14 settembre, mentre per il 10 è fissata la scadenza per la presentazione degli emendamenti. Facile prevedere che saranno numerosi quelli dell’opposizione, che potrebbe tentare anche varie, ma di sicuro non determinanti, manovre ostruzionistiche.
Approvato il disegno di legge, il governo avrà un anno di tempo dall’entrata in vigore della legge delega per adottare i decreti legislativi applicativi. La promessa è che questi ultimi arriveranno prima della fine dell’anno. A tal proposito però va ricordato che la fine della XIX legislatura incombe e che difficilmente si arriverà al termine tecnico di inizio ottobre 2027. Inoltre, anche il treno della legge di Bilancio prossimo alla partenza catalizzerà attenzione e spazi. Tanto più che i vagoni saranno meglio attrezzati del previsto, grazie allo scostamento legato alla flessibilità concessa dall’Unione europea per le spese in difesa ed energia.
Dovesse anche andare tutto liscio, e dunque con i decreti attuativi approvati in questa legislatura, resterà il rammarico che il governo non sia riuscito a chiudere la partita del ritorno alla produzione elettronucleare senza andare ai tempi supplementari. O meglio senza giocarli. L’ideale, infatti, sarebbe stato che l’attuale maggioranza in questa legislatura fosse riuscita non solo a varare le norme ma anche ad affrontare il pressoché certo ricorso al referendum. Dall’esito, in verità, tutt’altro che scontato. Il precedente del 2011 – unica consultazione abrogativa a ottenere il quorum delle otto tenute in questo secolo – andrebbe, invero, ben storicizzato tenendo innanzitutto conto del dell’incidente nucleare di Fukushima Dai-ichi.
Prima del probabilissimo referendum, nello scenario attuale il ritorno all’energia nucleare finirà nel tritatutto di un’accesa campagna elettorale, con lo spiacevole effetto collaterale di diventare arma di distrazione di massa come storicamente accade.
L’attuale maggioranza – che nell’accordo quadro di programma del 2022 aveva previsto il “ricorso alla produzione energetica attraverso la creazione di impianti di ultima generazione senza veti e preconcetti, valutando anche il ricorso al nucleare pulito e sicuro”, una formula un po’ vaga per vedute probabilmente non proprio collimanti all’interno della coalizione – non potrà che ribadire l’impegno a dar seguito alle norme nella prossima legislatura. Su questo dovrebbe peraltro trovare facile sponda nel gruppo centrista di Calenda, Marattin e Picierno, ma anche in Futuro nazionale. Un possibile collante, quello dell’energia atomica, come si diceva una volta, in fondo non da poco.
Il campo largo o quel che sarà non potrà che dichiararsi compattamente contrario – difficile un manifesto distinguo, per esempio, di Italia viva – e impegnarsi non solo a non attuare, ma per sicurezza a cancellare le norme redatte, non senza fatica e con una certa indispensabile trasversalità, anche senza bisogno di referendum.
Dovrebbe essere infine chiaro a tutti che le norme sono condizione necessaria ma non sufficiente per un effettivo ritorno a una produzione di energia nucleare italiana. L’ampio e fondamentale consenso trasversale e durevole, che coinvolga diffusamente anche la gente comune, andrà comunque costruito. A tal proposito, osserviamo che nella legge delega non ha trovato spazio l’istituzione di un’autorità amministrativa indipendente per la sicurezza nucleare: il testo rimanda a una valutazione. È vero che per gli standard internazionali basterebbe un’agenzia governativa e dunque un rafforzamento dell’attuale l'Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), ma in ragione del difficile consenso, meglio tenersi larghi e il più autorevoli possibile.