In Sardegna il ritardo energetico può diventare un vantaggio

Senza metano e con infrastrutture arretrate, l’isola può saltare direttamente alle rinnovabili. Ma servono pianificazione, consenso delle comunità e una vera politica industriale, non veti e semplificazioni calate dall’alto come quelle che oggi frenano le installazioni. Ci scrive il responsabile scientifico di Legambiente Sardegna

14 AGO 26
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La Sardegna soffre storicamente di gravi ritardi infrastrutturali che ne hanno penalizzato lo sviluppo: è l’unica regione italiana senza autostrade, con una rete ferroviaria non elettrificata e in buona parte a scartamento ridotto, ed è anche l’unica regione a non essere collegata alla rete nazionale del metano.
L’assenza del metano pone la regione di fronte alla possibilità concreta di trasformare il ritardo infrastrutturale in opportunità, attuando la transizione diretta verso le rinnovabili che, va ricordato, è guidata dalla necessità di mitigare i cambiamenti climatici, ma è resa ineluttabile dall’evoluzione tecnologica nel settore energetico che rende oggi le fonti rinnovabili le meno costose e meno soggette alle tensioni geopolitiche. E qui nasce il nodo gordiano che si è stretto attorno alla Sardegna, che non è un caso a sé, ma il luogo in cui il momento delle scelte è arrivato per primo.
La produzione da fonti fossili è concentrata in senso territoriale ed economico, mentre quella da rinnovabili è per definizione distribuita. Il passaggio richiede quindi trasformazioni sociali ed economiche profonde e coinvolge il territorio, le imprese e i lavoratori. A livello nazionale, si è cercato di accelerare attraverso l’accentramento delle procedure e la cosiddetta semplificazione, mentre è mancato l’efficientamento amministrativo e l’adeguamento di norme ormai obsolete.
Questo approccio, invece di accelerare, ha alimentato la percezione di decisioni imposte dall’alto. La preoccupazione, cavalcata da chi ha interesse a rallentare la transizione, ha favorito la diffusione dell’equazione fuorviante tra energia rinnovabile e speculazione, come se le aziende che propongono la realizzazione degli impianti non stessero svolgendo la stessa legittima attività economica di tante altre, e gli impianti eolici e fotovoltaici non fossero infrastrutture che trasformano il paesaggio al pari dei ponti o viadotti che da sempre costellano il nostro territorio.
I risultati? La legge regionale 20/2025 ha dichiarato non idoneo quasi il 99 per cento del territorio sardo, e reso sostanzialmente impossibile la realizzazione di impianti a scala industriale, tanto che ora, secondo i dati Terna, la Sardegna è la regione più lontana dagli obiettivi del burden sharing. Parallelamente, la politica regionale invoca trasversalmente la metanizzazione dell’isola, una scelta dannosa per l’ambiente, costosa (oggi produrre energia con il gas costa circa il triplo che con le rinnovabili), e che non consentirà alle industrie sarde di essere competitive. La cosiddetta virtual pipeline del metano costerà, a regime, 285 milioni di euro all’anno in bolletta agli italiani, con un aumento del 9,6 per cento dei corrispettivi di trasporto. E si richiede trasversalmente la conversione a gas di una delle due centrali a carbone ancora in funzione, quella di Fiume Santo, nonostante Terna la ritenga non necessaria.
Eppure i dati sono chiari: il futuro è nel vento e nel sole di cui la regione è ricca. Uno studio del Politecnico di Milano e delle Università di Cagliari e Padova, indica che una transizione decisa verso le rinnovabili potrebbe ridurre il costo dell’energia del 40 per cento. Svimez stima che i soli impianti rinnovabili in fase autorizzativa avanzata porterebbero quasi 13.000 posti di lavoro stabili: un argine allo spopolamento e all’emigrazione dei giovani.
Perché dispieghi i suoi benefici sul territorio, la transizione energetica deve corrispondere a una trasformazione positiva del paesaggio governata da una pianificazione seria che integri energia, ambiente e sviluppo socioeconomico. Occorre selezionare i progetti migliori, rendere protagoniste le comunità che li ospitano, e promuovere una politica industriale di filiera attraverso la creazione di distretti verdi dove le aziende possano raggiungere la massa critica per essere competitive. La sfida è grande e comporta cambiamenti che toccano la società in profondità. C’è un solo modo di vincerla: tutti insieme.
Giorgio Querzoli è responsabile scientifico di Legambiente Sardegna