Economia
l'analisi •
La politica economica di Vannacci ricorda tanto la sinistra
Il programma di Futuro nazionale punta sull'industria e critica il patto di stabilità europeo. L'unico punto su cui la distanza con il campo largo appare incolmabile sembrerebbe il Green Deal. Ma lo è davvero?
12 AGO 26

Foto ANSA
Sul sito di Futuro Nazionale è comparso un lungo documento programmatico, che aiuta a comprendere le tesi del nuovo partito. Superficialmente, la retorica di Fn è comune a molte formazioni di destra conservatrice: si rifà alla dottrina sociale della Chiesa, alla libertà economica e alla creazione di una “società di proprietari”. Promette meno tasse e più iniziativa privata, sburocratizzazione e semplificazione fiscale. Quando però si passa alle proposte concrete, la patina di destra economica viene meno. Infatti, premesso che “il compito dello Stato non è sostituirsi al mercato, ma creare condizioni favorevoli allo sviluppo”, “nei settori decisivi per la sovranità economica, la continuità produttiva e l’autonomia tecnologica, lo Stato deve però esercitare una funzione di indirizzo, garanzia e presidio proporzionato, avendo sempre come obiettivo la tutela e il perseguimento del bene comune”. Sul banco degli imputati ci sono la “globalizzazione dominata dalle multinazionali e dalla finanza internazionale” e la “ideologia ordo-liberista la cui conformità al perseguimento del bene comune è stata ormai smentita dai fatti”. Se questo è il quadro concettuale, lo svolgimento pratico sembra teletrasportare il lettore in un dibattito interno al Campo Largo.
Il primo ostacolo da abbattere, per Vannacci, sono i “vincoli ancora più stringenti alla nostra capacità di spesa per investimenti produttivi” derivanti dalla “sciagurata firma da parte del Governo Meloni del nuovo Patto di Stabilità e Crescita europeo” (“quello sul Patto di stabilità è un cattivo compromesso per l’Italia”, aveva attaccato a suo tempo Elly Schlein). Pertanto, Fn “propone l’istituzione del Fondo Sovrano per la Crescita Nazionale quale strumento di investimento strategico destinato a sostenere infrastrutture, energia, innovazione, tecnologie avanzate, ricerca, capitale di rischio e patrimonializzazione delle imprese italiane” (“Serve un fondo sovrano da 100 miliardi di euro”, ha detto Giuseppe Conte). Inoltre, i futuristi invocano la moneta fiscale “quale strumento complementare di politica economica”: nessun partito oggi è apertamente favorevole a tale strumento, un’idea che pone evidenti problemi di compatibilità con la permanenza nell’euro, ma per lungo tempo è stato un cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle (oltre che della Lega). Proprio i pentastellati, col sostegno del Pd, sono riusciti a realizzare qualcosa di simile con il credito per il superbonus edilizio cedibile ad libitum. Non stupirà nessuno scoprire che gli incentivi per le ristrutturazioni sono anche nel programma di Fn.
Per favorire la ripresa dell’occupazione, i vannacciani vorrebbero “consentire il pensionamento dopo 41 anni di contribuzione effettiva”: “quota 41” è una storica proposta della Lega, ma una mozione del Pd (primo firmatario Arturo Scotto) di gennaio 2026 la fa propria, accusando il governo di non averla mantenuta e impegnandolo “ad adottare iniziative volte a rivedere la decisione di incrementare i requisiti anagrafici per l’accesso alla pensione e ad eliminarne il meccanismo di revisione periodica”. Per stimolare la crescita economica, Fn parla di “rafforzare la domanda interna e la produzione nazionale, sostenere la produttività e favorire la formazione di nuova ricchezza attraverso lavoro, impresa, innovazione e investimenti produttivi”. A tal fine, “la politica industriale [è] uno strumento essenziale per rafforzare competitività, sicurezza economica e capacità produttiva del Paese”. Sono posizioni che si ritrovano pari pari nel Pd. Anzi: gli uomini di Vannacci lamentano che “le uniche deroghe che sono state concesse da una Commissione europea troppo subalterna alla Germania sono state quelle per le spese per il riarmo europeo e per il Green Deal”. Allo stesso modo, in una lettera al Foglio, Andrea Orlando e Simone Oggionni (Pd) denunciavano i “limiti, esitazioni e rischi” della nuova politica industriale Ue, “il primo dei quali è fare coincidere la politica industriale con il riarmo nazionale”.
Il Green Deal è l’unico vero punto su cui la distanza tra Fn e il Campo Largo appare incolmabile. Ma lo è davvero? Per le rinnovabili, Vannacci chiede “pianificazione preventiva, priorità a siti già compromessi o a soluzioni offshore dove ambientalmente e paesaggisticamente sostenibili, e compensazioni stabili per i territori che ospitano le infrastrutture”. Suona molto simile a quello che vuole Schlein (“Una nostra idea è questa: stabilire che laddove vi è un impianto vi sia una quota dell’energia prodotta che va alle piccole e medie imprese e alle famiglie con sconti sulla bolletta”).
Forse, la differenza sull’ambiente può essere compensata dalla convergenza su altri temi, come gli aiuti all’Ucraina, dove le posizioni di Vannacci sono le stesse di Avs e M5s. Perfino sull’energia, la ricetta del Generale (“riapertura della possibilità di acquistare il gas a prezzi vantaggiosi dalla Russia”) è la medesima di Conte. Il Campo Largo fatica a tenere assieme figure politiche che hanno posizioni opposte praticamente su tutto: potrà mai essere un problema accogliere chi, sulla politica economica, è allineato e coperto?