L’interesse nazionale, quello vero. Ci scrive Freni

Serve un’infrastruttura finanziaria realmente continentale. Continuare a concepire il mercato finanziario secondo logiche esclusivamente nazionali significherebbe condannare il sistema produttivo a una frammentazione incompatibile con la dimensione delle sfide globali
11 AGO 26
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Quando si parla di economia (o, peggio, di mercati finanziari) si ascolta spesso tutto e il contrario di tutto. E tutto è sempre ovviamente declinato, spiegato e concionato con il solo e unico obiettivo di garantire il “vero” interesse nazionale. Con il rischio concreto che però alla fine l’interesse nazionale diventi come l’araba fenice del “Così fan tutte”: che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.
Iniziamo allora con il dire che in uno scenario geopolitico come quello attuale, caratterizzato da una competizione sempre più spinta tra le grandi aree economiche la difesa di perimetri economici chiusi o la conservazione di assetti costruiti in un’altra stagione della globalizzazione non può certamente integrare l’interesse nazionale.
Nel mercato di oggi (che può piacere o meno, ma che costituisce un punto di partenza obbligato) il tentativo di affrontare la sfida facendo ricorso a una non meglio identificata autarchia economico-finanziaria serve solo a èpater le bourgeois. Beninteso, per alcuni palati può anche assumere un certo fascino e si può anche declinare benissimo a livello oratorio, ma costituisce un indiscutibile danno per il paese.
E’ dunque necessario chiedersi se l’interesse nazionale, possa (o debba) passare dalla costruzione di un modello europeo che rifiuti ogni sterile richiamo a un’immaginifica Arcadia economica.
Ma in concreto, di cosa stiamo parlando? Certamente, si potrebbe dire, è interesse nazionale il miglior andamento complessivo del sistema economico del paese; così come è interesse nazionale lo sviluppo omogeneo dell’industria finanziaria e il corrispondente radicamento territoriale degli investimenti, o di parte di essi.
Ma questa nomenclatura, per quanto probabilmente corretta dal punto di vista politico, sconta un vizio di fondo: l’assenza di un aggancio al principio di realtà finanziaria che (anche in questo caso, piaccia o meno) fonda la dinamica degli investimenti. Perché l’investimento non si attrae con un tweet, ma solo con solide prospettive di rendimento: diversamente, si tratterebbe di beneficenza, e il mercato non è luogo di beneficenza. E’ quindi necessario un complesso di condizioni abilitanti che consentano di far crescere i rendimenti: una sorta di concime per un terreno altrimenti arido. Interesse nazionale è quindi anzitutto il coordinamento tra radicamento dell’investimento e creazione delle condizioni (politiche ed economiche) perché il rendimento sia appetibile.
In quest’ottica, continuare a concepire il mercato finanziario secondo logiche esclusivamente nazionali significherebbe condannare il sistema produttivo a una frammentazione incompatibile con la dimensione delle sfide globali. Perché la competitività finanziaria dell’Italia dipende dalla competitività dell’Europa, e la competitività dell’Europa dipende a sua volta dalla capacità di costruire un autentico mercato unico dei capitali, che passi anche dallo sviluppo di gruppi infrastrutturali paneuropei. Solo così sarà possibile ampliare la base degli investitori, aumentare la liquidità dei mercati, favorire l’accesso delle imprese italiane ai capitali, nell’ottica della costruzione di un’infrastruttura finanziaria realmente continentale.
L’Europa finanziaria (non diversamente da quella politica), tuttavia, cresce e si rafforza soltanto se è capace di valorizzare le eccellenze costruite dai singoli Stati membri. Un’Europa più forte, non è necessariamente più centralizzata; un’Europa forte è più integrata, non più uniforme. L’obiettivo è mettere a sistema le migliori infrastrutture nazionali, riconoscendone il valore strategico e preservandone le specificità quando esse contribuiscono alla stabilità dell’intero sistema europeo.
L’obiettivo di un’unione dei mercati europei non può essere quello di sostituire le eccellenze un modello uniforme, ma di integrarle all’interno di un ecosistema comune che sappia valorizzarne l’esperienza e le competenze. E’ il caso, ad esempio, della piattaforma MTS, che costituisce una delle infrastrutture finanziarie più efficienti e riconosciute a livello internazionale per il mercato dei titoli sovrani europei e che rappresenta lo snodo essenziale per il finanziamento dello Stato, per il funzionamento della politica monetaria dell’eurosistema e per la stabilità complessiva del mercato del debito sovrano.
Una vera integrazione finanziaria, insomma, non può coincidere con la centralizzazione amministrativa, ma richiede al contrario la capacità di distinguere tra ciò che può essere efficacemente gestito a livello europeo e ciò che, per la sua natura sistemica, continua a richiedere una forte responsabilità nazionale.
La questione relativa all’evoluzione della vigilanza sulle infrastrutture di mercato si inserisce proprio all’interno di questo equilibrio. L’Italia sostiene con convinzione il rafforzamento della supervisione europea, la convergenza regolamentare e l’eliminazione delle frammentazioni che ancora ostacolano il mercato unico dei capitali. Tuttavia, il principio di integrazione non può tradursi nella creazione di asimmetrie tra responsabilità e poteri: un mercato unico credibile deve fondarsi sul principio di sussidiarietà, riconoscendo che alcune infrastrutture producono un valore sistemico che trascende il singolo Stato ma che, proprio per questo, richiede il coinvolgimento pieno delle autorità nazionali che ne conoscono il funzionamento e ne condividono la responsabilità.
Interesse nazionale e interesse europeo, dunque, non sono categorie contrapposte. La contrapposizione è spesso artificiosa e figlia di una contingenza cronachistica tipica di una certa dialettica politica. Ma così si torna irrimediabilmente al “Così fan tutte” e, soprattutto, ci si allontana da ogni futuro possibile. Perché è interesse nazionale, contribuire alla costruzione di un mercato europeo dei capitali profondo, liquido, efficiente e competitivo: un mercato capace di mobilitare il grande risparmio privato europeo verso gli investimenti produttivi, di finanziare la crescita delle imprese, di rafforzare l’autonomia strategica dell’Unione e di sostenere l’innovazione tecnologica.
Per tornare all’interrogativo iniziale, dunque, interesse nazionale, oggi, è un mercato dei capitali capace di costituire il principale motore di una reale sovranità economica. Sovranità, appunto. Non sovranismo.