La farsa di Ilva. L’operazione verità necessaria per dare dignità alla chiusura di una storia senza prendersi in giro

E’ iniziato il conto alla rovescia per lo spegnimento: mancano 80 giorni. L’ultimo decreto della Corte d’appello di Milano, che impone la chiusura dell’area a caldo in presenza di amianto, è la conseguenza delle scelte sbagliate del ministro Urso e dei suoi commissari

7 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 09:38
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Foto ANSA

E’ iniziato il conto alla rovescia per lo spegnimento dell’Ilva: mancano 80 giorni. Lo ha comunicato alla Camera il ministro Urso, dando per concluso il piano iniziato quando, quattro anni fa, prese in mano il dossier decidendo di estromettere ArcelorMittal e commissariare il siderurgico. Un piano che, fin dal primo momento, aveva una sola destinazione: la fine del ciclo integrale dell’acciaio in Italia. Eppure lo stesso ministro, per quattro anni e fino al mese scorso, ha continuato a ripetere ubi et orbi che, grazie a questo governo, si stava facendo dell’Ilva “il più grande siderurgico green d’Europa”. Una strategia nazionale, appoggiata da Michele Emiliano e dai sindacati, che ha portato giorno dopo giorno l’Ilva a produrre sempre meno, con sempre più debiti, fino allo spegnimento. Anche l’ultimo decreto della Corte d’appello di Milano, che impone la chiusura dell’area a caldo in presenza di amianto, è la conseguenza delle scelte sbagliate del ministro e dei suoi commissari.
Il piano di Acciaierie d’Italia, prima del commissariamento, prevedeva lo spegnimento dei vecchi altoforni e il revamping di Afo 5, il più grande d’Europa, senza amianto e dotato di nuove tecnologie, che da solo avrebbe garantito quattro milioni di tonnellate di acciaio integrale e le economie necessarie per affiancargli la costruzione di nuovi forni elettrici. I commissari di Urso decisero invece di fermare quel piano per raccontare la fuffa di un progetto “green” irrealizzabile. Lo stesso Urso ieri alla Camera ha ricordato che in Europa sono ancora attivi 22 altoforni. Davvero vogliamo credere che soltanto la magistratura italiana li faccia spegnere? Smascherato il bluff, il ministro non si è nemmeno presentato al tavolo da lui convocato con i sindacati. Agli enti locali, invece, ha parlato di 17 nuovi insediamenti industriali da realizzare nelle aree liberate dall’Ilva a Taranto. Altra fuffa. Tant’è che persino Decaro gli ha risposto: “Pensavo mi avesse convocato per parlare di Ilva, non di altro”. A questo punto al governo Meloni converrebbe, anche in vista dell’imminente campagna elettorale, intestarsi la chiusura dell’Ilva. Per anni politici di ogni colore l’hanno invocata e ora il governo dei patrioti c’è riuscito. Invece continua la farsa, che servirà a un solo scopo: finché una società non chiude i battenti, anche se produce solo debiti, può garantire la cassa integrazione straordinaria. E’ l’unica cosa su cui sono tutti d’accordo. Nessuno dei 10 mila dipendenti dell’Ilva rimarrà senza stipendio. E con loro neppure gli altri 10 mila dell’indotto: chi con la Cigs, chi con il prepensionamento.
Il sottosegretario Mantovano, nella riunione con i metalmeccanici della settimana scorsa, ha detto che dopo la sentenza sarebbe stata pubblicata una nuova gara soltanto per l’area a freddo. Urso ha invece ritrattato questa ipotesi, dal momento che servirebbe altro tempo e il prestito ponte è scaduto. Al massimo ci sarà un aggiornamento della vecchia gara, che si protrae senza chiudersi da due anni. Jindal dice di essere ancora interessata. Ma, mentre prima era pronta a firmare un accordo già raggiunto per rilevare la sola area a freddo, oggi dice di voler prendere tutto, dal momento che non avrebbe responsabilità sugli impianti chiusi dalla magistratura. Il governo, non troppo convinto della bontà degli indiani, come dimostrano gli interventi di ieri di alcuni parlamentari di FdI, ha invece pensato di pubblicare una nuova gara soltanto per l’area a freddo, per coinvolgere gli industriali italiani. “Che consenta il salvataggio e il rilancio della produzione siderurgica a Taranto”, ha detto Urso.
Ma quindi dobbiamo ringraziare la magistratura per aver trovato un acquirente italiano? Gli stessi confindustriali che per 60 anni ci hanno detto che l’Ilva era strategica per l’Italia grazie al suo ciclo ad altoforno se ne interessano soltanto ora che l’area a caldo è spenta per sempre? Al di là della dichiarazione aperturista del presidente di Confindustria Emanuele Orsini, non è detto che la prospettiva dei capitani coraggiosi si concretizzi. E soprattutto non salverebbe l’Ilva dal fallimento dopo le elezioni. Lo stesso ministro ieri ha vantato, tronfio, i dati sulla siderurgia italiana, che aumenta. Solo che quello prodotto non è acciaio primario. L’Ilva, l’unico stabilimento italiano a produrlo, era arrivata a dieci milioni di tonnellate nel 2012; da quando ArcelorMittal è stata mandata via, non arriva neppure a un milione. Nonostante questo, l’economia italiana, secondo Urso, va a gonfie vele.
Forse tutto ciò che ci hanno detto in questi anni, e cioè che senza l’Ilva l’industria italiana sarebbe collassata, non era vero. Su questo, però, la colpa non è di Urso, ma di tutti i politici, i sindacati e gli industriali. Urso, a dispetto loro, è quello che l’ha spenta.