Ilva è al capolinea. Per avere un futuro serve lo stato e un calcio all’ipocrisia

Da mesi il governo cerca un acquirente. Ma se davvero l’Italia considera strategica la produzione di acciaio, deve assumersi direttamente il costo della transizione. Il precedente europeo del grande impianto di Port Talbot

4 AGO 26
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Foto ANSA

Per tredici anni l’Ilva è sopravvissuta grazie a una finzione collettiva: che fosse sempre possibile guadagnare ancora un po’ di tempo. Un decreto, un commissario, una nuova trattativa, un nuovo investitore, un’altra proroga. Ogni governo ha cercato di evitare la scelta definitiva, confidando che qualcuno, prima o poi, risolvesse il problema.
La sentenza della Corte d’appello di Milano cambia radicalmente lo scenario. Se entro novanta giorni non saranno realizzati gli interventi prescritti, la chiusura dello stabilimento non è più una minaccia agitata periodicamente nel dibattito pubblico. Diventa una possibilità concreta.
E’ un passaggio che ha anche un valore simbolico. Perché ricorda un principio troppo spesso dimenticato: l’interesse strategico nazionale non sospende lo stato di diritto. La dichiarazione di interesse strategico dell’impianto non costituisce una licenza speciale a operare in deroga ai vincoli ambientali. Lo Stato può riconoscere che l’acciaio è un settore essenziale, ma non può trasformare questa esigenza in un’esenzione permanente dalle prescrizioni poste a tutela della salute e dell’ambiente.
Questo cambia completamente anche il mercato.
Da mesi il governo cerca un acquirente. Si sono succeduti tavoli, manifestazioni di interesse e negoziati con interlocutori italiani e internazionali, senza arrivare a una soluzione credibile. Oggi la prospettiva di una possibile chiusura dell’impianto rende ancora più difficile immaginare un investitore disposto ad assumersi un rischio industriale, ambientale e giudiziario di questa portata. Più il tempo passa, più la posizione negoziale dello stato si indebolisce. Per questo è arrivato il momento della verità. Continuare a cercare un compratore trovandone di sempre più improbabili rischia di essere un alibi. Se davvero l’Italia considera strategica la produzione di acciaio, se vuole evitare che l’Italia aumenti la sua dipendenza da acciaio cinese assai poco green, deve assumersi direttamente il costo della transizione, anziché sperare che sia un soggetto privato a farsene carico. Questo significa una cosa molto semplice: finanziare le bonifiche, mettere definitivamente in sicurezza il sito e programmare una riconversione industriale verso la produzione con forni elettrici. E' una scelta costosa. Ma continuare a non scegliere si è dimostrato infinitamente più costoso.
Esiste un precedente europeo che dovrebbe entrare nel dibattito italiano. Il governo britannico ha deciso di sostenere economicamente Tata Steel nella riconversione del grande impianto di Port Talbot, chiudendo il vecchio stabilimento e finanziando con centinaia di milioni di sterline il compratore per facilitare la conversione a forni elettrici. Ha avuto il coraggio politico di accettare la chiusura degli altoforni tradizionali durante la transizione. Non ha promesso l’impossibile. Ha scelto di governare il cambiamento invece di rinviarlo.
E’ probabilmente questa la lezione che oggi l’Italia dovrebbe fare propria. Può sembrare paradossale, ma forse il modo migliore per salvare Taranto non è continuare a difendere l’impianto così com’è. E’ accettare che quel modello produttivo sia arrivato al capolinea e utilizzare la forza dello stato non per congelare il passato, ma per costruire il futuro. Dal 2013 la politica italiana ha speso enormi energie e denari per evitare la decisione più difficile. La sentenza di Milano ci dice che quella stagione è finita. Oggi la vera alternativa non è tra chiudere o continuare a produrre. E' tra subire una chiusura imposta dagli eventi oppure governare una transizione che permetta all’Italia di conservare una siderurgia moderna, ambientalmente sostenibile e competitiva. Il tempo dei rinvii è finito. Arriverà quello delle decisioni?
Stefano Firpo
Direttore di Assonime