Bagnai all’Antitrust: un guaio per il garante, un contentino per il nord

L'arrivo del deputato leghista all'Agcm rappresenta una concessione per le frange pro-Europa del partito, ma solleva anche diversi interrogativi riguardo al suo background

7 AGO 26
Immagine di Bagnai all’Antitrust: un guaio per il garante, un contentino per il nord

Foto ANSA

La nomina di Alberto Bagnai a componente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) avrà conseguenze sia per l’Antitrust, sia per la Lega. La designazione dei componenti dell’Agcm spetta ai presidenti delle Camere. Dopo aver “promosso” a presidente Saverio Valentino, che ne era già un membro, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana hanno sorpreso un po’ tutti indicando il nome di Bagnai per completare il collegio. La legge istitutiva richiede persone “di notoria indipendenza” e “dotate di alta e riconosciuta professionalità”. L’autore de “Il tramonto dell’euro”, hanno detto alcuni, non ha le competenze, perché è un macroeconomista che non si è mai occupato di economia industriale. Altri hanno sottolineato che la sua provenienza politica – è deputato, presidente della Commissione di controllo sui fondi pensione e vicepresidente del gruppo della Lega, partito di cui è anche responsabile economico – contraddirebbe il principio dell’indipendenza. Non sono osservazioni infondate, ma sono parziali. Nei collegi delle Autorità sono passate persone molto meno titolate di Bagnai: e tra l’altro non sempre le credenziali accademiche sono state una garanzia. Le competenze tecniche, se mancano, si possono acquistare, studiando oppure assumendo collaboratori di livello (in quanto Commissario, Bagnai avrà diritto a uno staff di cinque persone). Quanto poi all’esperienza politica, se l’obiezione vale per Bagnai, allora dovrebbe applicarsi anche a tutti gli altri membri delle varie authority, attuali e passati, che si trovano nella medesima condizione.
L’eccezionalità di Bagnai non deriva da aspetti formali, ma sostanziali. Non è necessario che un commissario sia uno specialista di organizzazione industriale. Ma l’Antitrust non è un’autorità neutrale rispetto ai fini che persegue: è un’istituzione costruita attorno all’idea che la concorrenza sia uno strumento fondamentale di crescita e innovazione. E’ esattamente questo nesso tra competizione e sviluppo economico che nella lettura macroeconomica di Bagnai tende a scomparire, perché la crescita viene spiegata prevalentemente attraverso il regime monetario e la domanda aggregata. La stagnazione italiana, a suo avviso, dipende principalmente dall’architettura dell’euro e dai vincoli che essa impone agli aggiustamenti macroeconomici, mentre le carenze concorrenziali e di produttività sono effetti derivati o comunque di importanza secondaria. Infatti, Bagnai se n’è occupato poco e prevalentemente in chiave critica. Nel 2011, per esempio, raccomandava all’allora ministro Corrado Passera di “tenersi care” le “resistenze alle liberalizzazioni”, perché in tal modo avrebbe potuto “non rendere ancora più recessiva una manovra che già lo è”. Nel 2017, a proposito delle “lenzuolate” di Pier Luigi Bersani, parlava di “svilimento del ruolo” dei professionisti e, quindi, della “depauperazione di un patrimonio di conoscenze”. Per il resto, tra i 2.849 post pubblicati sul suo blog Goofynomics dal 2011, lo spazio per la concorrenza è davvero esiguo.
C’è un punto ancora più delicato: la disciplina Antitrust occupa un ruolo preminente nei Trattati Ue perché è strumentale all’integrazione economica degli Stati membri. Per Bagnai, in un contesto di cambio fisso, la reciproca apertura dei mercati comporta l’amplificazione delle divergenze strutturali esistenti. Dunque, non solo le liberalizzazioni non sono prioritarie, ma sono addirittura controproducenti. La riduzione del costo del lavoro è, infatti, l’unica leva attraverso cui le imprese possono difendersi dalla competizione estera: per questo, le riforme pro-mercato contribuiscono alla deflazione salariale. Come potrà Bagnai spogliarsi delle sue più solide convinzioni per valutare operazioni di concentrazione o potenziali abusi? O per stilare le periodiche raccomandazioni ai fini della legge annuale per la concorrenza? Una posizione così eterodossa avrebbe forse potuto sfumarsi in un collegio a cinque, dove il peso relativo dei singoli commissari era inferiore e lo spazio per il dibattito maggiore. Ma la riduzione a tre finisce per spingerli a una divisione del lavoro a scapito della discussione interna. Ovviamente questo non significa necessariamente che Bagnai trasformerà l’Agcm nella grancassa dei no-euro, ma, come ha chiosato il suo sodale Claudio Borghi, “la politica non si esercita solo in Parlamento”.
Il paradosso è che, per Matteo Salvini, il trasferimento di Bagnai all’Antitrust potrebbe rappresentare una concessione alla fronda nordista, che non ha mai digerito la svolta anti-Ue. Né il ministro dei Trasporti poteva permettersi un’uscita che avrebbe avuto un’eco molto più forte di quella di Antonio Maria Rinaldi (anch’egli no-euro che sperava nella Consob). In una discussione social con Borghi, Matteo Campomenosi – ex europarlamentare anti-Ue, seppure proveniente dalla storia nordista del partito – lo ha ammesso: “senza di lui sarà davvero dura seguire certi temi. E’ inutile far finta che non sia così”.
Il rischio è che, nel tentativo di riequilibrare gli assetti interni della Lega, venga indebolita la credibilità dell’istituzione chiamata a presidiare uno dei pilastri dell’ordinamento economico europeo