Perché i mercati credono agli annunci di Washington sull’Iran

Gli investitori continuano ad attribuire un valore corrente alle dichiarazioni dei policy maker americani, anche se stanno diventando sempre meno affidabili: “In questo momento, gli investitori internazionali ritengono fino a un certo punto credibile che Stati Uniti e Teheran arrivino a una tregua", dice l'economista Trezzi

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La cosa incredibile è che i mercati finanziari internazionali continuano a comportarsi in modo abbastanza razionale nonostante l’ambigua comunicazione dell’Amministrazione Trump. C’è l’accordo con l’Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz? Il prezzo del petrolio scende. L’accordo salta? Le quotazioni salgono. Ieri, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha affermato in un’intervista alla Cnbc che oggi dovrebbe essere raggiunta una nuova intesa tra Washington e Teheran. Subito il greggio ha ripiegato a 80 dollari al barile mentre a Wall Street si è riacceso l’ottimismo, complice l’attesa per i risultati delle Big tech. Insomma, resiste il rito secolare secondo cui gli investitori attribuiscono un valore corrente alle dichiarazioni dei policy maker americani, anche se questi stanno diventando sempre meno affidabili. “I mercati mantengono sangue freddo ma mettono in conto che lo scenario possa cambiare di nuovo”, commenta l’economista Riccardo Trezzi. “In questo momento, gli investitori internazionali ritengono fino a un certo punto credibile che Stati Uniti e Iran arrivino a una tregua. Se avessero la certezza, il prezzo del petrolio sarebbe già sceso a 70 dollari al barile, invece è a 80. Vuol dire che attribuiscono alle parole di Bessent un certo margine di incertezza”. Il segretario americano è un ex gestore di hedge fund e conosce bene il potere di impatto che certe dichiarazioni pubbliche possono avere sul mondo degli investimenti. Per esempio, ha annunciato che gli Stati Uniti faranno di tutto per aiutare il Giappone a stabilizzare e sostenere lo yen che negli ultimi tempi si è indebolito. Non a caso, si parla di un nuovo attivismo “monetario” da parte della Casa Bianca.
Quanta speculazione c’è in tutto questo da parte di Trump e del suo cerchio magico? “Dobbiamo distinguere i piani”, prosegue Trezzi. “Sulla situazione in medio oriente, direi che si vede tanta confusione più che speculazione. Anche se non è un mistero che, in senso più generale, la famiglia del presidente degli Stati Uniti persegua obiettivi di arricchimento privato che sarebbero incompatibili con il ruolo. Sulla riapertura di Hormuz, la confusione è alimentata dal fatto che non viene mai chiarito il ruolo di Israele che continua a perseguire i suoi interessi e rappresenta una variabile che può in ogni momento minare gli accordi raggiunti”. Secondo l’economista, ci sono investitori, con un approccio più speculativo, a cui questa situazione di caos mondiale non dispiace. “Ma rappresentano una minoranza perché gli investitori istituzionali cercano, invece, stabilità e scenari economici leggibili. Basta guardare i rendimenti dei Treasury americani, saliti a livelli record, per capire che il rapporto di fiducia con questa Amministrazione americana si è incrinato e non si vede come potrà migliorare se quest’anno il deficit pubblico degli Stati Uniti sfiorerà il 7 per cento”. Ed è proprio il timore di una fuga di investitori che, spiega Trezzi, sta spingendo Bessent a chiedere alla Fed di intervenire per mitigare la crisi monetaria del Giappone. “L’obiettivo è impedire a uno dei maggiori possessori di debito americano di vendere titoli su un mercato che già fa fatica ad assorbirli”.
Tante ormai sono le variabili che si muovono nel disordine mondiale in cui dominano i timori per nuovi choc energetici e fiammate inflazionistiche. Secondo un report di Goldman Sachs, le basse importazioni di greggio da parte della Cina sono una delle principali ragioni per cui i prezzi del petrolio non sono più tanto elevate nonostante quello attuale sia il più forte choc dell’offerta di petrolio mai registrato. In altre parole, Pechino, potendo contare su scorte consistenti, avrebbe messo in atto una strategia volta a smorzare la volatilità degli idrocarburi. “Al contrario”, riflette Goldman, “la Cina tende ad amplificare la volatilità nei metalli critici, dove può usare il dominio della catena di approvvigionamento come leva nella sua competizione tecnologica e geopolitica con gli Stati Uniti”. La leva del prezzo viene, dunque, manovrata da Pechino a seconda di come vuole influenzare la scena globale. Ieri è arrivata la conferma che le navi cinesi continuano ad attraversare indisturbate lo Stretto di Bab El Mandeb nel Mar Rosso – altro snodo strategico in cui il traffico di petrolio, anche saudita, rischia di finire sotto gli attacchi degli houthi – dimostrando quanto siano consolidate le relazioni con le milizie yemenite.