La svolta di Gualtieri sulle spiagge

Il comune di Roma assegna 31 concessioni balneari sul litorale di Ostia e offre un modello per le altre città, che piano piano iniziano a muoversi. Resta il nodo nazionale, ma dopo anni di opposizione alle liberalizzazioni le cose sono destinate a cambiare
1 AGO 26
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Dopo due decenni di resistenza e un contenzioso ininterrotto, le amministrazioni stanno cominciando a bandire gare per le concessioni balneari – e ne vedono i benefici. Il caso più eclatante è quello di Roma: la città amministrata da Roberto Gualtieri ha bandito e assegnato 31 concessioni sul litorale di Ostia. Giovedì il Tar ha parzialmente accolto un ricorso relativo alle modalità di valutazione delle offerte, ma nel farlo ha dato un sostanziale via libera all’impianto della gara. Ma anche in altre regioni – dall’Emilia Romagna alla Liguria fino alla Campania – i Comuni cominciano a muoversi.
Dal punto di vista normativo, la giurisprudenza è unanime. L’ultimo pronunciamento della Corte di giustizia Ue, del 10 luglio, ha ribadito che le spiagge vanno messe a gara, escludendo proroghe o rinnovi automatici. Il continuo braccio di ferro politico ha di fatto impedito finora l’adozione di una disciplina unitaria e coerente. Il ministro Matteo Salvini aveva promesso “entro la fine di luglio” il bando tipo per le gare – oggi è il primo agosto e non se ne sa ancora nulla. Questo ha costretto i Comuni ad arrangiarsi. Sono due le questioni principali: le modalità di attribuzione degli spazi sugli arenili (che non necessariamente devono restare immutabili nel tempo) e i criteri per selezionare i vincitori.
Roma offre un modello che altri potrebbero imitare nel futuro. Nelle more del nuovo piano di utilizzazione degli arenili – approvato a giugno – la Capitale ha bandito gare temporanee, della durata di un anno. “La gara ponte – spiegano dal Comune – prevede criteri tecnici ed economici. I primi si riferiscono al progetto che i gestori hanno per gli spazi a loro affidati, per esempio la realizzazione di manufatti ecosostenibili, l’avvio di progetti di carattere sociale, culturale e sportivo e premialità per gli under 35 e le donne”. L’aspetto economico è il più innovativo: i Comuni di fatto non compartecipano al gettito dei canoni, quasi interamente destinati al Demanio. Complessivamente, i gestori versano circa 100 milioni di euro l’anno, pari in media ad appena 15 mila euro per ciascuno dei circa 7 mila stabilimenti, a fronte di un fatturato medio di 260 mila euro (i dati sono dell’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica e si riferiscono al 2021). Eppure, un’indagine di Altroconsumo su un campione di 222 stabilimenti in dieci località italiane ha documentato un incremento dei prezzi del 6 per cento rispetto al 2025 e del 24 per cento negli ultimi cinque anni. Per riequilibrare la situazione, Roma ha previsto una royalty di circa il 14 per cento del fatturato. Non stupisce che sul punto siano fioccati i ricorsi, ma il Tar li ha rigettati. I giudici amministrativi hanno anzi elogiato l’escamotage capitolino: “Se la royalty al rialzo non assicura necessariamente la selezione dell’offerta più redditizia in termini assoluti (non essendo prevedibili i ricavi che avrebbero realizzato i singoli concorrenti), essa presenta nondimeno il pregio per gli aspiranti aggiudicatari di adattarsi alla loro struttura dei costi/ricavi e, al contempo, di garantire comunque una maggiore redditività del bene in favore dell’erario rispetto all’incameramento del solo canone”.
Le cose cambieranno ulteriormente l’anno prossimo. Il Piano degli arenili prevede rilevanti cambiamenti nella suddivisione di circa 11,3 chilometri di litorale: il 57,6 per cento sarà riservato alla pubblica fruizione (7,6 punti al di sopra del livello minimo del 50 per cento previsto dalla legge). Inoltre, sono previsti vincoli sull’estetica e i materiali utilizzati nelle concessioni, che saranno in tutto 50 (di cui 35 stabilimenti balneari, 11 esercizi di ristorazione, 3 aree ricreativo-sportive e 1 attività di noleggio imbarcazioni). A quel punto si potranno bandire gare per affidamenti pluriennali, consentendo quindi investimenti più ampi e un ulteriore miglioramento qualitativo. Il beneficio più sottovalutato è che questo facilita eventuali cambiamenti, se le future amministrazioni lo riterranno: la scadenza delle concessioni crea uno spazio di manovra oggi inesistente. I sindaci sono schiavi di una situazione ereditata dal passato, che devono gestire ma su cui non possono intervenire e che neppure genera benefici per le casse del comune: Roma ha posto fine a questa assurdità.
Dopo vent’anni di guerriglia, sta finalmente diventando chiaro che il fuoco di sbarramento contro la Bolkestein è pura autodifesa corporativa. La concorrenza va a vantaggio delle amministrazioni, dei bagnanti e degli imprenditori balneari più innovativi.