Lo stop di Bpm alle nozze con Mps. I francesi hanno altri piani

“Mai ricevuto proposta di fusione tra Mps e Banco Bpm”, dice il ceo di Crédit Agricole, Olivier Gavalda: una sorpresa per Lovaglio, ma a quanto pare non per Castagna. Qualche interpretazione su questo cambio di scenario

31 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 19:01
Immagine di Lo stop di Bpm alle nozze con Mps. I francesi hanno altri piani

Foto Getty

Banco Bpm rinuncia ad andare avanti nell’operazione con Mps perché “non si sono verificate le condizioni per giungere a un accordo condiviso tra le parti”. La notizia è arrivata ieri sera dalla banca guidata da Giuseppe Castagna al termine di una giornata convulsa, aperta di prima mattina con una doccia gelata proveniente d’Oltralpe. “Mai ricevuto proposta di fusione tra Mps e Banco Bpm”, ha detto Olivier Gavalda, ceo del primo azionista Crédit Agricole, durante la presentazione dei risultati agli analisti. Freddo e lapidario come non mai: “Non abbiamo ricevuto alcun progetto, Né alcuna informazione su una potenziale fusione e di conseguenza non siamo in grado di dire se questo progetto potrebbe creare valore per gli azionisti”. E il bon ton francese, il basso profilo, la proverbiale riservatezza della Banque Verte dove sono finiti in un momento così delicato? Commenti così tranchant sono subito suonati come il requiem dell’operazione alternativa all’Opas di Intesa Sanpaolo, che ha questo punto diventa l’unica sul tavolo. Apriti cielo negli uffici del Montepaschi dove l’ad Luigi Lovaglio stava continuando a scandagliare ogni più piccola possibilità di trovare una via d’uscita all’impasse che si è creata per il piano B.
Trovarsi contro la banca francese che in questa operazione doveva essere un’alleata è stata una sorpresa per Lovaglio ma a quanto pare non per Castagna, che si preparava al cda serale per dire stop. “Uno degli scenari preferiti per noi – ha puntualizzato il numero uno di Crédit Agricole sarebbe una fusione tra Banco Bpm e Crédit Agricole Italia, che ci permetterebbe anche di rafforzare la nostra presenza in Italia dove vogliamo davvero crescere”. Dunque, il Crèdit avrebbe in mente qualcosa di molto diverso rispetto a un’aggregazione con un’altra banca italiana. E lo dice apertamente, in apparenza noncurante della sensibilità politica che c’è su questo tema. Come mai questo brusco cambio di scenario? E’ plausibile che la proposta del 7 giugno in cui Bpm esprimeva il desiderio di convolare a nozze con la banca senese sia stata avanzata con il placet del primo azionista o quantomeno che questi ne fosse al corrente e che ci siano state interlocuzioni tra i vertici di Bpm e Parigi. Allora cos’è successo? Secondo alcune fonti finanziarie, le possibili interpretazioni sono due: i francesi stanno aumentando il prezzo consapevoli che nel caso di una fusione di Bpm con Mps loro sono destinati a diluirsi al 10-15 per cento rispetto all’attuale 30 per cento. Si è vociferato di una contropartita offerta ai francesi in termini di asset e di sportelli e potrebbe essere che non sia stato abbastanza per convincerli. Potrebbe anche essere che questo eventuale “scambio” sia risultato poco fattibile per questioni di equità di trattamento tra gli azionisti di Bpm, principio che, invece, da un’offerta pubblica come quella lanciata da Intesa Sanpaolo viene rispettato. Oppure c’è un’altra spiegazione, più vicina a quanto ha anticipato nei giorni scorsi dal Foglio e cioè che il Crédit Agricole creda nella possibilità di un’operazione da parte di Unicredit su Banco Bpm e si stia preparando a trovare in accordo con il gruppo guidato da Andrea Orcel.
Gavalda è stato diretto: “Senza di noi non si fa nulla”. E in effetti, alla luce della loro rilevante partecipazione, chiunque avanzi su Bpm deve fare i conti con loro. Di sicuro, la sortita di Gavalda non sarà passata inosservata a Palazzo Chigi dove l’assetto di proprietà del Banco Bpm è tenuto sotto stretta osservazione. Finora i francesi hanno sempre fatto di tutto per rassicurare il governo sulle loro intenzioni in Italia: crescere nel business ma senza partecipare ai giochi di potere della grande finanza e soprattutto rispettando l’identità della Bpm e la sua italianità. Qualche frizione, però, si era notata negli ultimi tempi, per esempio quando il Crédit è salito alla soglia dell’opa e dal Mef hanno mostrato una certa sorpresa. Da allora qualcosa si deve essere incrinato nelle buone relazioni tra la banca francese e il governo, suggellate lo scorso anno quando l’ascesa del Crédit era stata funzionale a sbarrare il passo a Unicredit. Era un mondo diverso. Nello scenario di oggi, a un anno dalle elezioni politiche, il governo Meloni sembra preoccupato di non lasciare traccia di un consolidamento bancario, di cui è stato partecipe, che ha prodotto il passaggio di mano di una banca italiana a un gruppo estero. Per di più una banca molto radicata nel nord Italia e cara alla Lega. Nel risiko all’incontrario del 2026 rispetto al 2025, potrebbe essere Unicredit, a cui lo scorso anno il governo ha posto il golden power su Bpm, a salvare la sovranità bancaria dell’Italia. Se, ovviamente, decidesse di muoversi.