Economia
L'INTESA •
La linea comune Meloni-Schlein sul Safe che non piace agli alleati
Il Pd è contro l’aumento delle spese militari, ma a favore dei prestiti Ue. Il governo dice che si può usare il Safe per finanziare il piano per la Difesa, anche senza spese aggiuntive. Elly e Giorgia sono d’accordo e non lo sanno
30 LUG 26

Foto Lapresse
Sulla Difesa esiste una posizione comune, seppure parziale e probabilmente inconsapevole, tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein: l’uso del Safe (Security action for Europe), lo strumento europeo per rafforzare la sicurezza e l’industria europea della Difesa. C’è spesso confusione fra l’aumento delle spese militari per adeguarsi agli obiettivi della Nato e l’utilizzo del nuovo meccanismo europeo di finanziamento per la Difesa. Sono due questioni collegate, ma distinte. E su quest’ultimo punto, il ricorso al Safe, c’è una sostanziale concordanza tra il governo e il Pd. La posizione del partito, ribadita dal responsabile Esteri Peppe Provenzano, è di contrarietà all’aumento delle spese militari per adeguarsi ai nuovi obiettivi Nato e a favore del Safe per finanziare gli investimenti già previsti perché li vincola a progetti e acquisti comuni, formando un primo nucleo di difesa europea.
Questa è, in sostanza, anche la posizione del governo Meloni. L’Italia è infatti uno dei 19 paesi che ha fatto domanda per i prestiti Safe per un importo pari a 14,9 miliardi. Il 30 novembre 2025, il governo ha inviato a Bruxelles il suo Piano nazionale di investimenti per l’industria della difesa (la logica è un po’ quella del Pnrr), che è stato poi approvato dalla Commissione Ue il 26 gennaio e infine, il 17 febbraio, dal Consiglio Ue. (Capone segue nell’inserto II)
Come il governo ha scritto nel Documento di finanza pubblica (Dfp, approvato il 22 aprile), “i prestiti Safe sono coerenti con il sentiero della spesa per investimenti in difesa previsto nella legislazione vigente”. In pratica vuol dire che non si tratta di spese aggiuntive: il Piano di investimenti presentato alla Commissione Ue è composto da voci di spesa e progetti che rispettano i requisiti del regolamento europeo e pertanto interamente finanziabili con il Safe (a eccezione di quattro voci che, però, precisa sempre il governo, hanno un costo “estremamente limitato” e la loro copertura può avvenire attraverso la riduzione di altri capitoli di spesa). In sostanza, per quel che riguarda la legislazione vigente, si tratterebbe semplicemente di sostituire il finanziamento di spese già previste con i prestiti europei anziché con il debito nazionale.
Come ha detto in audizione il ministro della Difesa, Guido Crosetto, “il Safe, per come è stato impostato, è uno strumento di finanziamento della spesa militare non aggiuntivo, ma di quella prevista a bilancio”. Pertanto, ha detto sempre Crosetto, “è una scelta totalmente tecnica su quanto Safe utilizzare in alternativa al Bot”. Ma su questo aspetto, il governo ha già fatto la sua valutazione e l’ha messa nero su bianco: “Lo strumento offre alcuni vantaggi finanziari rispetto alle emissioni sovrane standard – c’è scritto nel Dfp a proposito del Safe –. I prestiti beneficiano dell’elevato rating creditizio dell’Unione europea, offrono scadenze molto lunghe, fino a 45 anni, e includono un grace period di 10 anni per il rimborso del capitale”.
Insomma, secondo i tecnici del Mef i prestiti europei sono convenienti. D’altronde, che gli Eurobond siano vantaggiosi è evidente dal fatto che l’Italia ha chiesto tutti i prestiti possibili del Next Generation Eu, proprio per il tasso d’interesse inferiore a quello di un’emissione di debito nazionale: “La quota maggioritaria del Pnrr sono prestiti che dovranno essere rimborsati a un tasso d’interesse competitivo rispetto al mercato”, ha detto qualche tempo fa il ministro Giorgetti. E il finanziamento del Safe funziona esattamente come quello del Pnrr, perché la Commissione ha un “approccio unificato” (unified funding approach) per il finanziamento di tutti i suoi strumenti.
Ciò vuol dire che, per quel che riguarda i nuovi investimenti in difesa a legislazione vigente, sia il Pd sia il governo sono favorevoli all’uso del Safe. E con ottime ragioni sia politiche, per il rafforzamento di un nucleo di difesa comune europea, sia finanziarie, per i risparmi garantiti dal minor costo del debito. Non si tratta, però, di una questione banale dato che entrambe le coalizioni sono lacerate sul punto. M5s e Avs da un lato e la Lega dall’altro hanno votato in Europa contro il piano ReArm Europe e sono contrari all’uso del Safe, che fa parte della strategia per potenziare le capacità difensive europee.
Le divisioni tra Meloni e Schlein certamente permangono sull’altra questione, quella dell’aumento delle spese militari. Il governo si è impegnato a incrementare la spesa per la difesa al 3,5 per cento (+1,5 per cento per la sicurezza) al vertice Nato dell’Aia nel 2025, anche se finora il raggiungimento del vecchio target del 2 per cento è avvenuto per la riqualificazione di voci di bilancio e non per nuovi stanziamenti (zero risorse aggiuntive nel 2026). Mentre Schlein dice di ispirarsi a Pedro Sánchez che si è opposto al nuovo target della Nato, anche se sotto il suo governo la Spagna ha raddoppiato le spese militari in rapporto al pil (10 miliardi in più solo l’anno scorso).
Pertanto, se il governo chiederà uno scostamento di bilancio e l’attivazione della clausola di salvaguardia (Nec) per aumentare le spese militari, Meloni e Schlein si troveranno su fronti contrapposti. Ma se si dovesse votare una risoluzione solo sull’uso del Safe per finanziare gli investimenti già previsti a bilancio, Giorgia ed Elly potrebbero trovarsi dietro la stessa barricata, a difendersi dal fuoco amico di Salvini e Vannacci da destra e Conte, Bonelli e Fratoianni da sinistra.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali

