I turchi di Beko non rispettano gli accordi, e Electrolux resta nel limbo. La sfida di Urso

A settembre sono previsti al Mimit tre incontri chiave sui licenziamenti della multinazionale svedese, mentre il primo di ottobre si parlerà della mancata attuazione delle intese del 2025 da parte del gruppo turco. Nel frattempo, nelle fabbriche c’è pessimismo
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Foto Lapresse

Per dirla con un calembour si annuncia un autunno caldo dei frigoriferi. A settembre sono previsti al Mimit tre incontri chiave sui licenziamenti Electrolux mentre il primo di ottobre si parlerà della mancata attuazione dell’accordo Beko. La prima multinazionale è erede della gloriosa tradizione Zanussi, la seconda delle altrettanto famose insegne della Merloni e della Ignis.
La novità di queste ore riguarda proprio il gruppo turco Beko-Arcelik che, secondo la Fim-Cisl, sta disattendo le intese del 2025 che avevano disciplinato la riorganizzazione del gruppo e avrebbero dovuto portare a “digerire” l’acquisizione di Whirlpool Italia. La sostanza è che i volumi produttivi previsti dal budget 2026 non vengono onorati in quasi tutti gli stabilimenti italiani del gruppo (segnatamente Cassinetta, Melano, Comunanza e Fabriano), gli investimenti promessi (300 milioni) sono stati effettuati solo al 20 per cento di quanto concordato e dei nuovi prodotti per la cottura non c’è traccia. Insomma, ci sono tutte le avvisaglie di una crescente difficoltà di mercato e di una ulteriore necessità di metter mano alla mappa produttiva del gruppo, difficoltà scandite in queste settimane dal maggiore ricorso alla cassa integrazione. Spiega Massimiliano Nobis, segretario Fim-Cisl: “Siamo a metà vigenza dell’accordo e le preoccupazioni sono forti. Gli impianti non vengono saturati e di conseguenza la marginalità scende. E l’operazione di trasferimento di produzione dalla Turchia in Italia è ancora modesta. Sappiamo bene che il mercato europeo è difficile ma vediamo nell’azienda una passività di risposta che non possiamo che denunciare”. Dal 2021 la domanda di grandi elettrodomestici in Europa è scesa di ben 7 milioni di pezzi, “ma proprio per questo non si può essere rinunciatari e rinviare ogni processo di innovazione”.
Il sospetto è che i turchi abbiano comprato Whirlpool Italia solo per occupare il mercato tricolore privilegiando le vendite a marchio Beko e lasciando in secondo piano dei brand storici. Per questo motivo il sindacato chiama in causa il ministro Adolfo Urso per l’attuazione dell’accordo e per più ampie azioni di politica industriale che devono riguardare l’intero settore.
Mentre la Fim-Cisl apre il dossier Beko, come si sta orientando la vertenza Electrolux? Siamo in regime di sospensione estiva (modalità contestata da Marco Bentivogli: “A settembre sarà peggio”) e Urso ha formalmente richiesto alla multinazionale svedese di presentare alla ripresa un nuovo piano industriale. Il confronto al ministero ha registrato dei piccoli passi in avanti, con l’azienda che si è detta parzialmente disponibile a rivedere il suo piano iniziale, ma le prospettive occupazionali restano critiche. I sindacati unitariamente incalzano sia il governo sia il gruppo svedese: sostengono che discuteranno di riorganizzazione del lavoro solo se aumenteranno i volumi produttivi, si oppongono al passaggio al turno unico e non vogliono sentir parlare della chiusura dello stabilimento di Cerreto. Ma, complice anche la pausa estiva, nelle fabbriche c’è pessimismo.
I lavoratori più in grado di affrontare il mercato del lavoro esterno aspettano che la vertenza finisca con i soliti incentivi per le dimissioni per poi muoversi, le figure più deboli (gli operai) vedono un futuro fatto di ammortizzatori sociali. Insomma si dà per scontato un ridimensionamento della presenza Electrolux in Italia. E sullo sfondo resta il rebus sulle reali intenzioni degli svedesi: hanno già deciso di vendere ai cinesi di Midea (da quest’anno sponsor del Barcellona calcio) e stanno gestendo il “lavoro sporco” per spuntare un prezzo migliore? Sul territorio le preoccupazioni principali riguardano la fabbrica di Porcia in Friuli, che senza adeguati volumi finirà per non giustificare la propria esistenza. Così si ipotizzano soluzioni di mini-reindustrializzazione verso settori più vivaci (l’alimentare dove in zona fanno notizia gli exploit delle pizze surgelate Roncadin) oppure di trasferire tute blu in quelle aziende che faticano a reperire personale. Si parla anche di allestire una cordata per il solo impianto di Porcia, farsi regalare dagli svedesi l’impianto e produrre elettrodomestici di fascia bassa. Ma per ora sono solo dei pourparlers. Obbligatoriamente estivi anche loro.