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Oltre Electrolux. L'industria del bianco perde pezzi in Italia
Licenziamenti, esuberi, cassa integrazione. Tra il 2008 e il 2021 gli occupati si sono praticamente dimezzati, ma la produzione sembra stabile. Il tavolo con il governo e i dati degli ultimi anni
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12 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 03:11 PM

ANSA
Ben 1.700 addetti su 4 mila rischiano il posto di lavoro. È quanto ha comunicato il colosso svedese degli elettrodomestici Electrolux ai sindacati italiani. Oltre alla riduzione del personale, che coinvolgerà tutti i suoi stabilimenti nel paese, è stata anche annunciata la chiusura dell'impianto di Cerreto d'Esi (Ancona), in cui operano 170 lavoratori. I sindacati hanno risposto con la proclamazione di diversi scioperi mentre il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha convocato per lunedì 25 maggio alle 15 un tavolo di confronto urgente per affrontare il piano di riorganizzazione industriale presentato dalla multinazionale.
Sempre in seno al Mimit da due anni è stato allestito un tavolo permanente sul settore dell'elettrodomestico italiano, con l’obiettivo specifico di avviare una serie di confronti fra istituzioni, imprese e sindacati e cercare di raddrizzare quello che una volta era un settore portante dell’eccellenza del made in Italy. E che oggi, anno dopo anno, non fa che perdere pezzi.
Gli esuberi dell’Electrolux sono l’ultima tessera di una crisi che coinvolge l’intero settore della produzione di elettrodomestici, conosciuto anche come “industria del bianco”, termine che fotografa bene i prodotti di cui parliamo: frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, congelatori e forni.
I numeri a disposizione per fotografare la filiera si fermano al 2024. In quell'anno Confartigianato ha contato 319 imprese con 24.043 addetti, un fatturato di 9,1 miliardi di euro, di cui il 58,7 per cento destinato all’esportazione. È il fronte dei lavoratori a preoccupare maggiormente. Tra il 2008 e il 2021 gli occupati si sono praticamente dimezzati: il calo è pari al 49,3 per cento, equivalente a 23mila addetti in meno. Una riduzione più intensa rispetto al -13,9 per cento registrato nello stesso periodo dal manifatturiero più in generale.
Anche la produzione è calata, ma in maniera meno verticale. È vero che nel 2002 uscivano almeno 30 milioni di pezzi e nel 2015 se ne contavano a malapena 11,3. Ma è proprio su questo volume che la produzione si è stabilizzata negli ultimi anni, arrivando a superare gli 11 milioni di pezzi anche nel 2021.
Sempre guardando all’ultimo decennio, una lunga serie di chiusure e ridimensionamenti ha colpito diversi grandi stabilimenti simbolo del bianco italiano. Fra tutti, quelli di Beko Europe (ex Whirlpool), che nel 2024 ha annunciato la chiusura di tre siti in Italia: Siena, la linea del freddo a Cassinetta (Varese) e Comunanza (Ascoli Piceno). Piano poi successivamente limato dopo all'intervento del Mimit.
Fra i motivi di affanno principali indicati da Applia (l'associazione di Confindustria che rappresenta il comparto) ci sono ad esempio i consumi stagnanti da più di 10 anni, che vedono proprio negli elettrodomestici la vittima sacrificale per eccellenza, considerati come spesa comprimibile, e dunque da rimandare o addirittura evitare. Eppure, la filiera estesa degli elettrodomestici (suddivisa tra componentistica, elettrodomestici e commercio al dettaglio) ha un peso economico e sociale per il paese molto più alto di quanto non venga percepito.
Nel 2022 ha generato 114,0 miliardi di euro di fatturato e 20,1 miliardi di euro di valore aggiunto, pari a circa l’1 per cento del pil italiano. Il nostro, poi, è il terzo paese nell'Unione europea per valore di esportazioni di elettrodomestici, contribuendo al 12,3 per cento dell’export totale europeo. Oltre a essere il secondo per export di componentistica, con 3,8 miliardi di euro pari al 15 per cento delle esportazioni totali dell’Ue.