Economia
Un problema strutturale •
Più occupati ma più poveri: limiti e paradossi del modello italiano
Tre sono i fattori principali che impediscono all'Italia di tradurre la crescita dei posti di lavoro in salari più alti: una produttività ferma da decenni, una struttura fiscale che penalizza il lavoro e scelte di politica economica che hanno privilegiato l’assistenza e la flessibilità di breve periodo. Un'analisi
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Foto Ansa
Negli ultimi anni l’Italia ha raggiunto livelli di occupazione mai visti prima. Tuttavia, chi lavora oggi, in termini reali, guadagna meno di quanto si guadagnava venti anni fa. Si tratta di un dato strutturale: mentre in Germania i salari reali sono cresciuti di oltre il 30% dal 1990 a oggi, e in Francia di circa il 25%, in Italia sono diminuiti. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, dal 2008 i salari reali italiani sono calati dell’8,7%, il dato peggiore tra tutte le economie del G20.Come mai un paese che crea posti di lavoro non riesce a tradurre questa crescita in salari più alti? La risposta chiama in causa tre fattori principali, tra loro connessi: una produttività del lavoro ferma da decenni, una struttura fiscale che penalizza il lavoro e scelte di politica economica che hanno privilegiato l’assistenza e la flessibilità di breve periodo rispetto agli investimenti strutturali.
Il legame tra produttività e salari è quasi meccanico: un’impresa può pagare stipendi più alti solo se il valore prodotto da ciascun lavoratore aumenta nel tempo. Se la produttività del lavoro non cresce, la torta da dividere tra profitti e salari resta della stessa dimensione. Tra il 1999 e il 2024, mentre nei paesi ad alto reddito la produttività del lavoro è aumentata del 30%, in Italia è diminuita del 3%. Una divergenza di oltre trenta punti in un quarto di secolo. Nessuna misura di politica salariale, per quanto ben congegnata, può superare questo problema. Per quanto attiene alla fiscalità, in Italia il lavoro è il bersaglio principale della tassazione. Il cuneo fiscale è tra i più alti d’Europa: secondo l’Ocse, nel 2024 ha raggiunto il 47,1% del costo del lavoro per un lavoratore medio senza carichi familiari. In pratica, un aumento di 100 euro netti in busta paga può costare fino a 180-200 euro al datore di lavoro. Si comprende bene come ciò costituisca un freno sia per nuove assunzioni che per aumenti salariali.
Infine, il nostro paese si caratterizza per un mercato del lavoro assistito invece che competitivo. Alcuni nodi storici spiegano come si sia consolidato questo modello. L’uso distorto degli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione pensata per crisi temporanee, ma per decenni usata anche per aziende decotte. I sostegni al reddito senza condizionalità come Quota 100 e Reddito di cittadinanza. L’instabilità normativa del lavoro che, oscillando tra fasi di maggiore rigidità e di maggiore flessibilità, ha generato incertezza che, a sua volta, è risultata in costi addizionali per gli investimenti di lungo periodo delle imprese. La scarsa concorrenza nei settori protetti che cristallizzano rendite di posizione invece di spingere all’efficienza.
Se guardiamo a cosa succede in Europa, dove gli stessi problemi sono stati affrontati con esiti molto diversi, notiamo quanto sia anomala la traiettoria italiana. La Germania, con le riforme Hartz del 2003-2005, nonostante abbia attraversato una fase di forte flessibilità nel mercato del lavoro caratterizzata da salari compressi, l’ha accompagnata con investimenti industriali sostenuti e con un sistema duale di formazione tecnica. Ciò ha permesso il mantenimento di una produttività crescente che le ha consentito di recuperare i salari reali. La Spagna condivide con l’Italia una struttura produttiva frammentata, ma negli ultimi anni ha registrato progressi di produttività superiori e ha superato il nostro paese negli investimenti in ricerca e sviluppo, favoriti da maggiori investimenti esteri. La Francia, infine, mantiene un cuneo fiscale elevato quanto quello italiano, ma lo accompagna a grandi campioni industriali che sostengono la produttività aggregata.
Da queste considerazioni emerge che il paradosso italiano di più occupati con salari reali fermi o in calo non è il prodotto di un singolo errore di policy né di una singola congiuntura sfavorevole. E’, invece, il risultato cumulato di scelte stratificate nel corso di tre decenni: un mercato del lavoro che ha privilegiato la flessibilità quantitativa rispetto agli investimenti in produttività; un sistema fiscale che tassa pesantemente il lavoro; una struttura produttiva fatta in larghissima parte di imprese troppo piccole per sostenere gli investimenti; un sistema di ammortizzatori sociali e sostegni al reddito spesso privi di condizionalità efficaci; settori dell’economia sottratti alla pressione della concorrenza. Nessuno di questi fattori, preso isolatamente, sarebbe sufficiente a spiegare un’anomalia di questa portata rispetto al resto d’Europa. E’ la loro combinazione e, soprattutto, la loro persistenza nel tempo a rendere il problema strutturale e non congiunturale. Non esiste una misura singola capace di invertire la rotta, ma solo un pacchetto coordinato di riforme sostenuto con continuità per un periodo di tempo sufficientemente lungo da permettere alla produttività di recuperare il terreno perduto.
La sfida per l’Italia dei prossimi anni non è quindi creare ancora più occupazione in termini quantitativi, un obiettivo questo che il paese ha già in larga parte raggiunto, ma trasformare la qualità di quella occupazione. Servono misure di policy e riforme di sistema che rendano l’occupazione più produttiva, meglio retribuita e capace di generare quella crescita dei consumi interni che oggi manca e che continua a frenare la crescita economica complessiva del paese rispetto ai suoi principali partner europei.