Economia
Guerra commerciale •
Trump e i dazi, capitolo terzo. Stavolta la scusa è il lavoro forzato
L'Amministrazione tenta di rendere permanente il livello dei dazi che la Corte Suprema ha abbattuto. Le implicazioni per l'Ue e i rischi per questa nuova ondata tariffaria
25 LUG 26

L’Amministrazione Trump sta cercando di rendere permanente, ma con una diversa base giuridica, il livello dei dazi che la Corte suprema aveva abbattuto a febbraio dichiarando illegittime le tasse doganali imposte attraverso i poteri d’emergenza. Ieri infatti alle 00:01 di Washington sono entrati in vigore nuovi dazi, in virtù della Section 301, del 10 o del 12,5 per cento nei confronti di 60 paesi, proprio nello stesso istante in cui sono scaduti gli altri dazi globali del 10 per cento, introdotti a febbraio per 150 giorni tramite la Section 122 del Trade Act, su cui il governo aveva ripiegato dopo la sentenza di febbraio della Corte suprema ma che è stata a sua volta bocciata a maggio dalla Corte per il commercio internazionale, senza però fermarne l’applicazione. “Cercavano una ragione legale per imporre i dazi. L’obiettivo è il deficit commerciale e la manifattura, non il lavoro forzato”, ha detto ieri alla Bbc Caroline Freund, già direttrice per il commercio della Banca mondiale.
Ed è proprio il lavoro forzato la motivazione di questi dazi. La Section 301 del Trade Act del 1974 permette all’Ufficio del rappresentante per il commercio (Ustr), sotto la direzione del presidente, di imporre dazi per contrastare le pratiche dei paesi importatori giudicate “irragionevoli” o dannose per il commercio americano. E l’indagine dell’Ustr aperta a marzo ha concluso che 60 economie – tra cui l’Unione europea che un divieto simile lo ha approvato nel 2024 ma sarà applicabile soltanto dal dicembre 2027 – non hanno imposto oppure non fanno rispettare il divieto del lavoro forzato sulle merci prodotte. Nell’elenco compare, per la prima volta dall’avvio dell’offensiva commerciale di Trump, anche la Russia, ora colpita dall’aliquota massima del 12,5 per cento ma che era stata finora esclusa perché già sottoposta ad altre sanzioni. La Cina, invece, pagherà sì il 12,5 per cento, ma sommato sia alla tariffa ordinaria sia ai dazi del 2018-19 mai revocati.
Per l’Ue invece il dazio del 10 per cento è “onnicomprensivo”: se la tariffa ordinaria era inferiore al 10 per cento, il nuovo dazio colma la differenza; se era già pari o superiore, non si aggiunge nulla e il prodotto continua a pagare quella ordinaria. Resta così rispettato il tetto del 15 per cento previsto dall’accordo Ue-Usa, preso a Turnberry in Scozia nel luglio del 2025. “L’esito è in linea con gli impegni assunti dagli Stati Uniti” ha commentato la Commissione europea. Eppure poco più di una settimana fa la Commissione aveva consegnato a Washington l’elenco dei prodotti che chiedeva di esentare, circa 150 miliardi di euro di esportazioni. Ma ne sono state concesse solo due, il sughero e i diamanti. Mentre per prodotti come l’olio d’oliva, che gli Stati Uniti quasi non producono, la richiesta è stata respinta.
Ma c’è un’altra cosa che questi dazi non esentano: l’incertezza. La base legale di quest’ondata di dazi è più solida delle prime due, ma non del tutto al riparo dai check and balance americani. La Section 301 affida infatti il potere all’Ufficio del rappresentante per il commercio, che è un’agenzia governativa, e non al presidente degli Stati Uniti. Ma i giudici, ha ricordato il 21 luglio il servizio studi del Congresso, rivedono le decisioni delle agenzie con criteri più severi di quelli riservati agli atti presidenziali. D’altro lato, la decisione dovrebbe decadere automaticamente dopo quattro anni, salvo rinnovo. Durante questo tempo, dato che non è previsto un tetto massimo, l’aliquota può salire anche senza una nuova istruttoria.
Se anche questa volta il fondamento giuridico dovesse essere dichiarato illegittimo, i costi per i danni provocati agli importatori prima, e al bilancio federale dopo, potrebbero essere dirompenti. Seppure – come calcolato da Gita Gopinath (ex capo economista dell’Fmi) e Brent Neiman (professore alla Chicago Booth) in un brief del Cato Institute – alla fine del 2025 il dazio medio effettivamente riscosso è stato del 12 per cento, meno della metà del 26 per cento previsto sulla carta, gli importatori americani hanno versato circa 166 miliardi di dollari di dazi poi dichiarati illegittimi. Secondo i calcoli del Cato Institute sui dati governativi, al 29 giugno, ne erano stati restituiti circa 71. Meno della metà.