Economia
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Le riforme dell'Irpef hanno aiutato i redditi bassi. Lo studio dell'Upb
Gli interventi introdotte dagli anni Duemila hanno progressivamente rafforzato il sostegno ai redditi da lavoro dipendente di importo contenuto. Il ruolo delle riforme fiscali nella tutela ai lavoratori

Foto ANSA
"Le riforme dell’Irpef introdotte dagli anni Duemila, e in particolare dal 2014, hanno progressivamente rafforzato il sostegno ai redditi da lavoro dipendente di importo contenuto, accrescendo la funzione redistributiva dell’imposta su questo insieme di contribuenti". A metterlo nero su bianco è l'Ufficio parlamentare di bilancio, che nella sua ultima "Nota di lavoro" si concentra sulla dinamica delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti privati in Italia dagli anni Novanta a oggi, analizzando anche il ruolo delle riforme dell’Irpef nel sostegno delle retribuzioni nette. Come scriviamo qui, già diversi studi precedenti– dalla Banca d’Italia alla Bce, passando sempre per l’Upb – hanno mostrato chiaramente che il governo Meloni, attraverso le riforme fiscali, ha più che compensato il fiscal drag peraltro aumentando la progressività del sistema fiscale. E dunque ha redistribuito maggiormente a favore dei redditi medio bassi. In totale contrapposizione con la lettura del leader della Cgil Maurizio Landini, secondo cui i salari hanno perso potere d'acquisto per colpa del fiscal drag e che l’occupazione è aumentata notevolmente a causa della piena applicazione della riforma Fornero. Lo studio dell'Upb fa chiarezza.
Sullo sfondo, lo scenario non è certo confortante. Secondo i dati dell’Ocse, tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni lorde reali per dipendente a tempo pieno equivalente in Italia sono diminuite dell’1,6 per cento. Al contrario, negli altri principali paesi avanzati sono cresciute significativamente. "Alla modesta dinamica salariale si è affiancata la crescita del lavoro a tempo parziale che ha contribuito alla riduzione delle retribuzioni annuali e all’aumento della loro dispersione", sottolinea l'Upb. Secondo cui, però, è proprio in questo contesto che gli interventi normativi fiscali hanno dato un contributo utile agli stipendi dei lavoratori. "Le riforme hanno progressivamente ridotto il prelievo sui redditi bassi e medi, soprattutto a partire dall’introduzione del bonus Irpef nel 2014 e con la riforma del 2025, che ha incorporato gli sgravi contributivi nella struttura dell’imposta. Al contrario, – prosegue lo studio – per i redditi più elevati il carico fiscale effettivo è aumentato, principalmente per effetto del drenaggio fiscale, dovuto alla mancata indicizzazione all’inflazione degli scaglioni di reddito e degli altri parametri monetari dell’imposta". La soglia che separa i due effetti è pari a circa 35.100 euro annui a prezzi 2026: al di sotto di tale livello il sistema del 2026 risulta più favorevole rispetto a quello del 1990, mentre al di sopra risulta più oneroso. Nello stesso periodo è inoltre aumentata la presenza di lavoratori nelle fasce di reddito più basse, soprattutto per effetto della diffusione del lavoro a tempo parziale. Eppure, le conseguenze delle modifiche all’Irpef si riflettono nell’evoluzione dei redditi netti da lavoro dipendente. "Si riducono i divari tra i diversi segmenti di lavoratori nel passaggio dai redditi lordi a quelli netti, comprimendo la dispersione", dice l'Upb, anche se "pur controbilanciando alcuni divari, come quelli tra operai e impiegati a tempo pieno, l’imposta non cancella le disuguaglianze generate dal mercato del lavoro".
Per comprendere al meglio, occorre usare qualche tecnicismo. "L’incremento dell’effetto redistributivo dell’Irpef emerge anche dagli indicatori sintetici di disuguaglianza", sottolinea lo studio. Fra questi c'è il coefficiente di Gini, strumento utilizzato per misurare le differenze tra i redditi e per quantificare le disuguaglianze: più è basso, più ci si avvicina a una situazione di perfetta uguaglianza. Come si vede nell'immagine, mentre tra il 1990 e il 2026 il coefficiente di Gini dei redditi lordi da lavoro dipendente privato aumenta da 0,330 a 0,403, quello dei redditi netti cresce in maniera più contenuta, da 0,302 a 0,338. Di conseguenza, l’indice di redistribuzione – dato dalla loro differenza – raddoppia, passando da 0,028 a 0,065.
L'aumento della capacità redistributiva dell’Irpef nel periodo 1990-2026 è dovuto principalmente alle riforme rivolte ai redditi bassi e medi, responsabili del 115,8 per cento dell’incremento complessivo. Questo perchè hanno agito principalmente aumentando la progressività dell’Irpef e riducendo il carico fiscale su tali contribuenti. "Gli interventi destinati ai redditi più elevati, invece, hanno ridotto sia la progressività sia l’aliquota media, determinando nel complesso un contributo negativo alla capacità redistributiva". Sono proprio le riforme fiscali, dunque, a spiegare circa l’80 per cento dell’aumento della capacità redistributiva osservato nel periodo, secondo lo studio.
Pur non consentendo di stabilire un nesso causale tra dinamiche salariali e riforme fiscali, l’analisi mostra comunque che l’Irpef ha svolto un ruolo crescente nel compensare la dispersione dei redditi lordi da lavoro dipendente. E ciò vale anche per le legislature passate. "L’incremento della capacità redistributiva si concentra soprattutto nella XVII Legislatura (2014-18), con l’introduzione del bonus Irpef, che spiega circa il 39 per cento della variazione complessiva, – sottolinea l'Upb –e nella XIX Legislatura (2023-26), cui è attribuibile un ulteriore 26 per cento grazie agli interventi rivolti ai redditi bassi e medi, tra i quali la trasposizione nell’Irpef degli sgravi contributivi. Un contributo più contenuto (14 per cento) si registra nella XIV Legislatura (2002-06)".

