Economia
Il Dato •
L'Inps smonta le favole di Cgil e campo largo su salari e occupazione
Il boom di occupati non è figlio della riforma Fornero. E il fiscal drag è stato più che compensato dagli interventi fiscali del governo: i redditi netti medio-bassi hanno tenuto il passo dell'inflazione
14 LUG 26

Per tre anni almeno la Cgil, il Pd, il M5s e gli altri partiti del Campo largo non hanno compreso cos’è successo alle due variabili principali del mercato del lavoro: salari e occupazione. L’interpretazione di Maurizio Landini, che ha guidato la narrazione delle opposizioni, è stata che i salari hanno perso potere d'acquisto per colpa del fiscal drag e che l’occupazione è aumentata notevolmente a causa della piena applicazione della riforma Fornero. Da un lato, quindi, i salari sono scesi perché il governo ha aumentato la pressione fiscale attraverso la mancata indicizzazione dell’Irpef all’inflazione; dall’altro c’è il record di occupazione perché il governo “ha aumentato l’età pensionabile – dice Landini – e oggi sta aumentando l’occupazione sopra i cinquant'anni, perché in pensione non ci va più nessuno”.
La prima affermazione è ormai una falsità conclamata. Diversi studi – dalla Banca d’Italia alla Bce, passando per l’Upb – mostrano chiaramente che il governo Meloni, attraverso le riforme fiscali, ha più che compensato il fiscal drag peraltro aumentando la progressività del sistema fiscale: ovvero ha redistribuito maggiormente a favore dei redditi medio bassi. I dati degli ultimi due rapporti annuali dell’Inps mostrano che i redditi lordi sono sì cresciuti 8 punti meno dell’inflazione mentre i redditi netti – soprattutto quelli medio-bassi – sono cresciuti all’incirca quanto l’inflazione (addirittura un punto in più i redditi medi). Quindi è accaduto l’esatto contrario di quanto affermato dalla Cgil: circa la metà della crescita del reddito netto è dovuta agli interventi fiscali del governo, che hanno compensato (o forse sussidiato) l’incapacità della contrattazione collettiva di recuperare l’inflazione.
Con l’occupazione accade lo stesso. Per anni la Cgil e gli esperti di Pd e M5s hanno sostenuto che l’aumento degli occupati fosse il prodotto della “stretta” sulle pensioni: l’aumento dei lavoratori over 50 era il segnale di una “domanda coatta”, ovvero persone che non possono più andare in pensione per la chiusura delle uscite anticipate e che il datore di lavoro non riesce a licenziare. Anche questa interpretazione parallela della realtà è smentita dai dati. L’ultimo Rapporto annuale dell’Inps segnala, come peraltro scrivevamo sul Foglio del 3 settembre 2025 (“Effetto Fornero?”), che gli effetti della riforma Fornero erano stati già largamente scontati nei dieci anni successivi alla sua approvazione nel 2011. Secondo i dati dell’Inps, prima della riforma pensionistica del governo Monti circa la metà dei maschi e un terzo delle donne tra 55 e 64 anni erano in pensione da lavoro.
Questa quota è rapidamente crollata nei primi anni dopo la riforma fino ad arrivare lentamente attorno al 10 per cento nel 2025. Ma negli ultimi anni, quelli del boom occupazionale post Covid, “ la crescita dell’occupazione della classe 55-64 anni non può essere ascrivibile alla transizione di regime determinata dalla Riforma del 2011: gli effetti di quella Riforma, a distanza di una decina d’anni, possono dirsi ormai largamente scontati”. Naturalmente, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha chiuso ulteriormente i canali di uscita anticipata (da Quota 100 e derivati fino a Opzione donna), ma “si è trattato di modifiche il cui peso è lontano dal poter spiegare l’incremento di mezzo milione di occupati nella classe 60-64 anni”, scrive l’Inps. E, ovviamente, questa interpretazione è ancor meno utile a spiegare l’aumento occupazionale nella fascia d’età 55-59 anni, che in ogni caso non sarebbe stata in età da pensione. Non è neppure vero che l’aumento dell’occupazione abbia riguardato gli anziani ma non i giovani. Sempre secondo i dati dell’Inps, tra il 2019 e il 2025 i giovani tra 18 e 34 anni sono significativamente aumentati tra i dipendenti (+850 mila) pur in presenza di una contrazione della popolazione in quella fascia d’età (-230 mila): ciò vuol dire che il tasso di occupazione nella popolazione di riferimento è nettamente aumentato, anche di oltre 10 punti tra i 25 e i 30 anni. Nella fascia d’età 35-54 anni, è vero che il numero dei dipendenti è sceso di 100 mila unità ma solo perché nello stesso periodo la popolazione di riferimento è diminuita di 1,8 milioni: vuol dire che anche in questo caso il tasso di occupazione è aumentato. Semplicemente, è invecchiata la popolazione, gonfiando la fascia degli over 50. E’ la demografia, bellezza.
In questo contesto, la riforma delle pensioni ha per fortuna accompagnato l’andamento demografico ma non c’entra nulla con l’incremento degli occupati dal 2021 in poi. “Individuare nella riforma Monti-Fornero la causa principale della crescita degli occupati di 55-64 anni nel periodo 2019-2025 è un errore di datazione”, scrive l’Inps. Ma è soprattutto un errore di analisi politica: vuol dire non aver compreso nulla di cos’è accaduto, e perché, al mondo del lavoro negli ultimi cinque anni.
Di più su questi argomenti
Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
