Il caso Bending Spoons dimostra che più che tassare chi possiede, conta allargare la proprietà del valore prodotto

La vicenda della start up italiana è istruttiva per diversi motivi. E indica una strada anche sul rapporto tra stato e innovazione
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La storia di Bending Spoons, recentemente quotata al Nasdaq per 20 miliardi di dollari, è interessante per almeno tre ragioni. Nessuna riguarda il patriottismo tecnologico o la retorica della startup italiana. Riguardano invece il capitalismo, la sua funzione economica e sociale.
La prima è che Bending Spoons rappresenta uno dei pochi esempi italiani di capitalismo dei dipendenti. Tra loro quasi tutti si sono arricchiti grazie alla quotazione, alcuni sono diventati milionari. Per decenni abbiamo discusso di redistribuzione della ricchezza, dimenticando che il problema vero è chi partecipa alla sua formazione. Se il capitale resta concentrato nelle mani di pochi fondatori, di qualche famiglia o di alcuni fondi, il conflitto distributivo è inevitabile. Se invece una parte del valore creato dall’impresa finisce anche nelle mani di chi ci lavora, il capitalismo cambia natura. Le stock option non sono un premio. Sono uno strumento di mobilità sociale. Trasformano ingegneri, sviluppatori e manager in azionisti. La ricchezza non viene redistribuita dopo essere stata prodotta: viene distribuita mentre viene prodotta. E’ curioso che proprio questo sia rimasto il grande punto cieco della sinistra e dei sindacati in Italia. Per anni ha difeso il lavoro senza interrogarsi abbastanza sulla proprietà. Ha parlato (piuttosto debolmente) di salari, raramente di partecipazione al capitale. Eppure il modo più moderno per ridurre le disuguaglianze non è tanto tassare chi possiede, ma consentire a chi crea valore di diventarne proprietario.
La seconda lezione riguarda il rapporto fra stato e innovazione. Bending Spoons ha lavorato anche con il settore pubblico, come dimostra il contributo dato durante la pandemia con la messa in opera della piattaforma delle certificazioni Covid. Ma la sua crescita non è stata il prodotto di un incubatore ministeriale, di un bando pubblico o di una strategia industriale pianificata. E’ stata il risultato di capitale privato, competizione internazionale, acquisizioni, capacità manageriale e disciplina del mercato. E’ una differenza sostanziale. Lo stato può essere un cliente importante per i fornitori di innovazione. Più difficilmente può essere il motore dell’innovazione. Negli ultimi trent’anni abbiamo investito enormi energie in incubatori, convegni, fondi pubblici e programmi per “creare startup”. I risultati migliori, quasi sempre, sono arrivati da imprenditori che hanno imparato direttamente dal mercato, non dai ministeri.
Infine c’è una terza lezione, che riguarda l’Europa più dell’Italia. Se un’impresa tecnologica europea, per trovare capitali adeguati e ottenere una valutazione coerente con il proprio potenziale, deve guardare ai mercati americani, il problema non è dell’impresa. E’ del mercato dei capitali europeo. Continuiamo a parlare di sovranità tecnologica, autonomia strategica e campioni continentali, ma non siamo ancora in grado di offrire alle nostre aziende un ecosistema finanziario paragonabile a quello statunitense. L’Europa finanzia molto bene il debito. Gli Stati Uniti finanziano molto meglio il rischio. E’ questa la differenza che separa un continente industriale da un continente capace anche di generare giganti tecnologici.
La vera lezione di Bending Spoons, allora, non è che anche l’Italia può produrre imprese di successo. Lo sapevamo già. La lezione è un’altra: il capitalismo funziona meglio quando allarga la proprietà, non quando la concentra; l’innovazione nasce più facilmente dalla competizione che dalla pianificazione; e l’Europa, se vuole trattenere i propri campioni, deve finalmente costruire un mercato dei capitali all’altezza delle proprie ambizioni. Altrimenti continueremo a creare valore qui e a vederlo riconosciuto altrove.