Bending Spoons a Wall Street: il gran balzo dell’unicorno italiano

Digitale e intelligenza artificiale: la società di Luca Ferrari tra il fondo equity e l’impresa high tech che ha raccolto finora al Nasdaq quasi un miliardo di dollari dalla vendita delle azioni. Qualche insuccesso e tante rimonte

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Foto Ansa

È una storia di cervelli di ritorno, una storia di Europa che cerca la rimonta e di Italia che non vuol restare indietro. Bending Spoons si è quotata a Wall Street il primo luglio e a una settimana di distanza ha raccolto al Nasdaq quasi un miliardo di dollari dalla vendita delle azioni, con la società che nell’euforia del primo giorno è arrivata a essere valutata una ventina di miliardi. Un successo inseguito con tenacia e fatica nel quale c’è di mezzo anche una tragedia globale come la pandemia di Covid-19. Ricordate Immuni, l’applicazione per tracciare i contatti che ci ha tenuti sempre allerta ed ha collegato un sistema sanitario scosso e sotto choc a milioni di persone. Ebbene c’erano loro, i quattro “ragazzi” (in questo universo senescente si ama chiamarli così, anche se ormai sono quarantenni, insomma uomini fatti) dietro quel progetto che ha segnato un successo tutt’altro che improvviso, visto che hanno impiegato dodici anni a emergere davvero. Insomma tante intuizioni, ma anche tanto sudore.
Il fondatore Luca Ferrari è nato nel 1985 a Settimo di Pescatina, frazione di un piccolo comune nel Veronese, dove i genitori fanno i parrucchieri. Si laurea in Ingegneria, poi frequenta la prestigiosa Technical University di Copenaghen con in testa Herman Hesse e Benjamin Franklin, i suoi ispiratori, e con una gran voglia di farsi largo nella foresta delle app. Un cervello in fuga o un cervello in cerca e in costruzione? Dopo un primo insuccesso, con la Evertale una sorta di diario che si scriveva da solo e un paio d’anni alla McKinsey, nel 2013 fonda Bending Spoons e poi si trasferisce a Milano. Il successo arriva nel 2020 grazie al Covid-19, o meglio grazie a Immuni scelta dal governo. Da allora è tutta una corsa: nel 2023 acquisisce l’americana Evernote, che si sposta anche a Milano, poi arriva l’olandese WeTransfer piattaforma di condivisione dei file, e AOL lo storico portale America Online. L’ingresso nell’AI avviene con Remini editor di immagini. Arrivato al traguardo di un miliardo di dollari, può ritenersi un unicorno. Adesso compie un balzo in tutt’altra dimensione per lui e i suoi partner. Più che quattro amici al bar, i pilastri di Bending Spoons sono quattro ingegneri con la voglia di fare impresa: Francesco Patarnello originario di Padova, Matteo Danieli vicentino e Luca Querella torinese, a loro si è aggiunto il polacco Tomasz Greber.
Il primo insuccesso non li smonta, al contrario. E’ allora che si mettono in testa di piegare il cucchiaio con la forza della mente proprio come faceva il monaco bambino in una scena madre di “Matrix”. Nasce così Bending Spoons con una missione molto aperta e flessibile, esattamente come i cucchiai piegati. Secondo alcuni assomiglia più a un fondo equity che a una vera impresa high tech. Altri la definiscono una software house o una sorta di editore di applicazioni e servizi digitali. Bending Spoons compra aziende mature (molte americane) con un fatturato consolidato che non riescono a star più sul mercato e s’impegna a renderle efficienti con tagli, riorganizzazioni, una cura spesso da cavallo che finora ha funzionato. La produzione viene spostata in molti casi in Europa dove gli ingegneri sono altrettanto bravi, ma meno cari. Insomma, è un mestiere simile a quello di un equity fund specializzato, un mestiere oggi possibile perché l’universo digitale che sembra così nuovo è ormai complesso e ha alle spalle almeno tre decenni segnati da successi, insuccessi, pochi alti e molti bassi. Più che un cucchiaio piegato, alcuni sostengono che si tratti una scopa o un ripulitore del sistema che invece di gettare tutto nel bidone, raccoglie, pulisce, fa rinascere dalla cenere. Il tutto però, facciamo attenzione, sta sempre dentro lo stesso ambiente tra applicazioni e software.
A credere in Bending Spoons in Italia è stato Giovanni Tamburi, un finanziere che si è specializzato nel sostenere imprese di per sé promettenti, non solo nuove, ma anche con una storia alle spalle come Amplifon, con una storia tutta da scrivere come è stato con Moncler o da raccontare da capo come Prysmian la ex Pirelli Cavi. TIP che sta per Tamburi Investment Partners e nasce dalla vecchia Euromobiliare, la banca d’affari di Guido Roberto Vitale, ha partecipato al decollo e al successo in borsa dell’impresa di Luca Ferrari e ora terrà un 2,5 per cento convinto che la start up diventata matura possa ormai muoversi con le proprie gambe. I finanziatori non mancano, soprattutto fondi d’investimento, c’è il sostegno di Luca Maestri ex direttore finanziario della Apple, ma anche di André Agassi l’ex campione di tennis e persino di Fedez. Niente meno che JP Morgan e Goldman Sachs sono state coinvolte nella Ipo, l’Initial public offering, la prima quotazione in borsa.
“Alla fine nella vita puoi avere fortuna, quella capita. Ma se non vuoi contare su questa, devi saper fare qualcosa bene o idealmente meglio di tutti”, dichiara Ferrari. In Italia non mancano i capitali, manca semmai la cultura del rischio e spesso la voglia di impiegarli in cose nuove che non possono garantire successo a priori. Anche per questo ha scelto Wall Street e non Milano. Va detto che con una borsa come quella italiana che non arriva a capitalizzare il 40 per cento del pil (Amsterdam è al 130 per cento, Parigi e Londra sono oltre il 100, Francoforte e Madrid stanno sul 50) la scelta per una impresa come Bending Spoons era obbligata anche se così Piazza degli Affari continuerà a deperire. Affascinato e nello stesso tempo spaventato dall’intelligenza artificiale, Ferrari ragiona da tipico ingegnere e guarda al sistema o meglio alla mancanza di quell’ecosistema digitale che consente di far decollare l’Italia high tech. A differenza da molti, troppi, imprenditori in erba o di successo, Ferrari non ha avuto paura di rischiare. Forse oltre a Hesse e Franklin ha presente anche Samuel Beckett e il suo famoso detto: “Sempre provato. Sempre fallito. Non importa. Prova ancora. Fallisci ancora, Fallisci meglio”. E alla fine Ferrari ce l’ha fatta.