Economia
la vertenza •
Tra deriva cinese e boicottaggi, sul gruppo Teva vince il buon senso
La mobilitazione contro la multinazionale israeliana perde forza davanti al piano di ristrutturazione del gruppo. Rinviata la chiusura dello stabilimento di Villanterio nel Pavese: ora ministero e Regione Lombardia cercano un compratore

Per una volta il buon senso l’ha avuta vinta sull’ideologia. E così la crisi del gruppo farmaceutico Teva, che produce princìpi attivi, sta faticosamente trovando la sua strada. All’inizio è stata una vertenza “sorda” a causa della nazionalità israeliana della multinazionale e dei proclami di boicottaggio dei suoi prodotti lanciati dentro le sezioni del Pd, le categorie della Cgil e le strutture sanitarie facenti capo soprattutto alla regione Toscana. Nessuno, anche nel sindacato, ne parlava con piacere. Il “non detto” rispetto alla bandiera dell’azienda aveva il sopravvento. A lanciare la campagna erano stati il movimento Bds Italia e i Sanitari per Gaza e oltre a invitare i consumatori a non comprare i farmaci generici (meno costosi) della Teva proponevano di escludere gli israeliani dagli appalti pubblici e sostituirli con altri equivalenti. In un primo momento, la campagna dalla Toscana si era allargata all’Emilia-Romagna, al Trentino e all’Abruzzo, poi si è man mano spenta. A prendersi il palcoscenico sono state infatti le intenzioni della multinazionale di ridurre di 100 unità l’occupazione in Italia (negli anni scorsi era di 1.500 addetti, ora è arrivata a quota 500) e di chiudere uno dei quattro stabilimenti tricolori, quello di Villanterio nel Pavese. Il ridimensionamento italiano fa parte di un più largo progetto della Teva che vuole evolvere dai farmaci generici a basso margine verso prodotti biofarmaceutici più innovativi e redditizi. Il ceo, Richard Francis, intende tagliare i costi di 700 milioni di dollari entro il 2027 e non ha esitato a licenziare anche un terzo dei dipendenti di uno stabilimento israeliano. Ma, vista la leadership raggiunta nel segmento dei generici, le decisioni di Francis hanno impattato sulle forniture sanitarie dei vari paesi e anche con qualche riflesso geopolitico.
Per i sindacalisti, come Carlo Scarati della Uiltec, “la ricetta Francis non vuol dire altro che comprare prodotti intermedi di provenienza cinese meno cari delle produzioni in Italia, famosa nel mondo per la qualità della sua manifattura farmaceutica, mettendo così a repentaglio la qualità venduta al cliente”. L’atteggiamento coerente dei sindacati di categoria è stato di fatto anche una smentita aperta del boicottaggio: mentre Bds voleva ridurre la presenza di Teva in Italia, gli operai si mobilitavano per convincere l’azienda a non ridurre fabbriche e organici. Una contraddizione palese che ha originato contrasti all’interno della Cgil, tra il sindacato di categoria Filctem attento all’occupazione e i sanitari della Fp (Funzione pubblica) pro Pal e barricaderi. Spiega sempre Scarati: “E’ un problema che fortunatamente ci siamo messi alle spalle. Abbiamo vissuto l’eco dei boicottaggi e anche al tavolo delle trattative è stata buttata lì qualche frase infelice. Alla fine però ci siamo concentrati sulle cose reali e sul nostro mestiere di sindacalisti”. Il risultato è stato quello di coinvolgere il Mimit e la regione Lombardia, che si sono impegnati a trovare un compratore per lo stabilimento di Villanterio disposto a garantire la continuità della produzione. Intanto la chiusura è stata posticipata al 31 dicembre 2027 con commesse garantite fino a marzo. Il prossimo 30 settembre ci si rivedrà al Mimit per verificare a che punto è la vendita e procedere di conseguenza. “Il ministero non poteva tirarsi indietro. La riduzione della capacità produttiva dei princìpi attivi farmaceutici – commenta Scarati – contrasta apertamente con le dichiarazioni del governo e di Farmindustria, che considerano questo settore altamente strategico per la sicurezza sanitaria nazionale ed europea”. In parole povere, se chiudi gli stabilimenti in Italia ti consegni mani e piedi legati al monopolio cinese.