Economia
leviatano algoritmico •
OpenAI e il bacio della morte per la tradizione liberale americana
Offrendo una fetta miliardaria allo stato federale, il colosso tecnologico sovverte secoli di orgoglioso e virtuoso modello economico. E rischia di creare un pericoloso precedente
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Foto Getty
C’era una volta la Silicon Valley dei garage, del laissez-faire libertario e dell’innocenza “non-profit”. Oggi, con un’acrobazia di corporate governance degna dei migliori manuali di equilibrismo geopolitico, OpenAI propone di regalare all’amministrazione federale americana una quota del 5 per cento dell’azienda. Parliamo di ben 42,6 miliardi di dollari calcolati su una valutazione post-money di ben 852 miliardi registrata a marzo. Ufficialmente, Sam Altman dipinge la trovata come un atto di filantropia patriottica: una sorta di “Alaska Permanent Fund” applicato agli algoritmi, per distribuire la ricchezza generata dall’AI direttamente ai cittadini americani. Meno ufficialmente, l’operazione somiglia maledettamente a un premio assicurativo miliardario versato al regolatore pubblico per comprare pace politica, disinnescare l’antitrust e blindare una colossale rendita di posizione.
L’idea che lo stato sovrano entri direttamente nel capitale di un campione tecnologico privato rappresenta un obbrobrio economico, almeno nella tradizione liberale americana. Si tratta di una regulatory capture (cattura del regolatore) invertita: è l’impresa che coopta lo stato nel proprio patrimonio, trasformando il guardiano delle regole nel primo custode dei propri profitti. Come può un governo esercitare una vigilanza neutrale sulle asimmetrie di mercato o sulla sicurezza dei modelli se il proprio bilancio pubblico è indicizzato ai moltiplicatori di borsa di quella stessa azienda?
E’ il conflitto d’interessi elevato a dottrina di politica industriale. Se questa proposta passasse, aprendo la strada a un modello coercitivo estendibile ad altri big come Google, Meta o Anthropic, assisteremmo alla nascita di un inedito capitalismo di stato algoritmico. Un sistema inefficiente dove il successo competitivo non si baserebbe più sulla capacità di soddisfare consumatori e imprese, ma sulla prossimità politica ai corridoi di Washington.
Eppure, a guardare lo scacchiere geopolitico globale, c’è una dose massiccia di crudo realismo che impedisce di liquidare la faccenda come una semplice bizzarria da venture capitalist. L’intelligenza artificiale di frontiera non è più un semplice software commerciale; è a tutti gli effetti un’infrastruttura critica e una tecnologia dual-use dai riflessi strategici devastanti, equiparabile all’energia nucleare o alla crittografia militare. I fatti lo dimostrano chiaramente: proprio in questi giorni, il Pentagono ha ridisegnato i vertici del suo prestigioso Defense Policy Board, cooptando figure chiave della Silicon Valley e del venture capital. Nomi come Marc Andreessen (il cui fondo a16z finanzia la nuova industria della difesa hi-tech come Anduril e Shield AI) e alti dirigenti legati a Palantir siedono ora stabilmente nei comitati consultivi della sicurezza nazionale americana. La convergenza tra codice computazionale, potenza di calcolo e deterrenza militare è ormai un dato oggettivo.
La sfida del XXI secolo non sarà quella di negare l’evidente natura geopolitica dell’AI, bensì quella di impedire che le legittime esigenze di sicurezza nazionale si trasformino nell’ennesimo pretesto per il dirigismo pubblico e la distorsione del mercato. Lo stato faccia lo stato: compri i servizi tecnologici di cui ha bisogno tramite appalti trasparenti, regoli i rischi con norme simmetriche e lasci il capitale di rischio ai privati. Regalare fette di equity al Leviatano federale non è una democratizzazione della ricchezza, è la rinuncia all’ecosistema di incentivi che ha reso grande la stessa Silicon Valley. Un risultato che nessun modello di democrazia liberale può accettare.