Risiko Delfin. Cosa può cambiare nella partita sull’eredità Del Vecchio con le ultime mosse di Basilico e LMDV

L’esito di questa lite è destinato ad avere un impatto diretto sugli assetti del sistema bancario del paese e non è mai accaduto prima. Ecco perchè quello che succederà oggi nell’assemblea dei soci della holding della famiglia Del Vecchio è da tenere d’occhio

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Foto ANSA

La lite tra gli eredi di Leonardo Del Vecchio è unica nella storia del capitalismo familiare italiano non per il livello dello scontro raggiunto – che in altre saghe familiari è stato anche più aspro – ma perché l’esito è destinato ad avere un impatto diretto sugli assetti del sistema bancario del paese e non è mai accaduto prima. Tanto più che questo sistema è da circa un anno e mezzo attraversato a sua volta da aspre battaglie finanziarie in cui il peso di alcuni soci industriali, come Delfin, è stato in alcuni casi determinante. Quello che succederà oggi nell’assemblea dei soci della holding della famiglia Del Vecchio è da tenere d’occhio per capire se e quando le partecipazioni detenute in Mps-Mediobanca, Unicredit e Generali saranno vendute per consentire agli otto eredi di trovare una strada più autonoma rispetto a quella della unicità immaginata dal fondatore.
“Nessun erede Del Vecchio cederebbe mai l’azienda di famiglia a sconto”, hanno fatto sapere ieri sera fonti vicine a Leonardo Maria Del Vecchio, il quale ha così bocciato la proposta del fratellastro, Rocco Basilico, il quale poche ore prima aveva proposto di superare lo stallo così: Delfin potrebbe vendere pacchetti detenuti in banche e assicurazioni utilizzando il ricavato per liquidare chi intende uscire oppure fare in modo di suddividere le stesse partecipazioni tra tutti gli eredi e poi ognuno si regola come crede. Siccome, però, questa seconda ipotesi implicherebbe una valutazione a sconto del 25 per cento di EssilorLuxottica, visto il calo di borsa registrato negli ultimi tempi, Leonardo considera tutta la proposta irricevibile pur avendo avuto di recente con Rocco un incontro per cercare insieme una via d’uscita. Così, secondo le ultime ricostruzioni, è stata inserita nell’ordine del giorno dell’assemblea di oggi la richiesta di nomina di tre commissari di Delfin avanzata da Leonardo jr insieme con Clemente Del Vecchio, Nicoletta Zampillo e gli altri due fratelli, Luca e Paola, i quali, rappresentando i cinque ottavi del capitale, così come prevede lo statuto, hanno buone possibilità di farla passare ai voti. Se così fosse, da domani Delfin avrebbe, appunto, tre commissari a supervisionare l’operato del presidente Francesco Milleri e dell’amministratore delegato, Romolo Bardin. Chi sono? I nomi circolati sono quelli del manager Marco Talarico, braccio destro di Leonardo Jr, l’avvocata Lara Forte e il commercialista Fabio Scoyni.
A quanto si apprende, il loro compito, più che di carattere strategico, sarebbe di tipo contabile e di supervisione finanziaria, ma è chiaro che in una situazione già complessa si aggiunge una nuova variabile, che sancisce la spaccatura del board dopo che il presidente Bardin ha votato contro la lettera di patronage che le banche avevano chiesto al giovane Leonardo come garanzia del prestito da 11 miliardi funzionale al riassetto della holding di famiglia che lo vedrebbe diventare primo socio. E’ così che si è arrivati alla soluzione ipotizzata da Basilico di smontare il portafoglio delle partecipazioni finanziarie. Per adesso, il gioco dei veti incrociati sta prendendo il sopravvento, ma, assicurano fonti bene informate, la via d’uscita non può essere lontana anche se le posizioni tra Leonardo e Rocco sono distanti. Alla fine, è abbastanza diffusa l’idea che il momento migliore per avviare la cessione delle partecipazioni finanziarie potrebbe essere quello attuale in cui i valori sono sui massimi di mercato e in considerazione del fatto che l’opas di Intesa Sanpaolo su Mps ha di fatto imposto una scadenza. Tra non molto, infatti, Delfin dovrà decidere se aderire con il suo 17,5 per cento oppure vendere prima e, in questo caso, a chi? Tutte le tracce porterebbero verso Unicredit, banca storica di riferimento della famiglia, che, secondo alcune indiscrezioni avrebbe già proposto a Delfin di acquistare la partecipazione detenuta in Generali. Finché, però, non si sblocca l’impasse ereditario, tutto il castello di ipotesi riportate su chi potrebbe subentrare al posto della holding dei Del Vecchio in istituzioni finanziarie chiave per il paese rischia di essere campato in aria. E’ un intreccio senza precedenti nella storia finanziaria italiana. Le grandi famiglie capitaliste sono arrivate nelle banche con la loro privatizzazione cominciata nei primi anni Novanta dopo che dal 1930 in poi avevano avuto per lo più un assetto di enti di diritto pubblico.
Tra i principali fautori di aprire il capitale ai capitani d’industria ci fu Enrico Cuccia, fondatore e deus ex machina di Mediobanca, convinto della necessità di creare dei “noccioli duri” di azionisti stabili e riconosciuti. Così anche lo scomparso Leonardo Del Vecchio è entrato nel Credito italiano nel 1992, partecipando alla fase di privatizzazione dell’istituto poi diventato Unicredit. Ma nessuno poteva immaginare che avrebbe costruito un portafoglio finanziario così rilevante accanto all’impero degli occhiali predicando, tra l’altro, che le due cose dovessero restare insieme in un gioco di pesi e contrappesi all’interno della holding. Una visione che Francesco Milleri ha cercato di portare avanti ma che gli eredi non hanno più la forza di condividere.