Economia
La riforma •
Il fondo pensione automatico? Un passo avanti importante, dicono Padula (Ca' Foscari) e Ghiselli (Civ)
Dal 1° luglio per i nuovi assunti privati l’adesione alla previdenza complementare scatterà dalla data di inizio del lavoro, salvo rinuncia entro 60 giorni. “Chi aderisce presto sfrutta l’interesse composto”, dice Padula. Ghiselli: “Bene allargare la platea, ma la scelta resti volontaria e informata”

La novità è tecnica, ma il problema che prova a correggere è semplice: quando si parla di pensioni, chi aspetta perde. Perde anni di contribuzione, perde il contributo del datore di lavoro, perde rendimento composto. Da domani, per i nuovi assunti del settore privato, l’adesione alla previdenza complementare parte in automatico. E sarà il lavoratore, eventualmente, a dovervi rinunciare.
La legge di Bilancio 2026 ha riscritto il vecchio meccanismo del silenzio-assenso. Non si aspetteranno infatti più sei mesi perché il lavoratore scelga se destinare il Tfr alla pensione integrativa. Dal primo luglio l’iscrizione al fondo previsto dal contratto collettivo scatta dalla data di assunzione, e il sottoscrittore ha sessanta giorni per abbandonare. Se non lo fa, nello strumento finanziario confluiscono il Tfr, il contributo del lavoratore e quello del datore di lavoro. La regola vale per i lavoratori dipendenti del settore privato alla prima assunzione, esclusi i domestici. Riguarda anche chi, pur avendo già lavorato, avvia un nuovo rapporto dopo il 30 giugno e ha già una posizione di previdenza complementare alimentata almeno in parte dal Tfr. Il fondo di destinazione è quello previsto dal contratto collettivo. Se ce n’è più di uno, si guarda a quello con il maggior numero di iscritti tra i dipendenti dell’azienda. Se non esiste un accordo collettivo, il fondo residuale è Cometa, quello dei metalmeccanici, ma in questo caso entra solo il Tfr, senza contributi contrattuali.
“L’adesione automatica è una novità significativa perché alla previdenza complementare bisogna aderire il prima possibile, da giovani”, dice al Foglio Mario Padula, economista all'università Ca' Foscari e già presidente della Covip. Sembra un classico slogan previdenziale, ma è una questione matematica: “È importante iniziare presto per sfruttare l’interesse composto”. Cioè il meccanismo per cui non rendono solo i contributi versati, ma anche i rendimenti già maturati. Se verso 100 e ottengo un rendimento di 5, l’anno dopo il nuovo rendimento non si calcola più solo sui 100 iniziali, ma su 100 più il rendimento precedente, cioè su 105. E così via, anno dopo anno. Per questo, nella previdenza complementare, cinque o dieci anni in più sono una parte essenziale della pensione futura. Chi comincia presto può costruire un montante significativo anche con versamenti contenuti, chi inizia tardi deve recuperare versando di più.
La Ragioneria generale dello stato stima che il nuovo meccanismo possa portare circa centomila adesioni aggiuntive all’anno. Ma un primo effetto si vede già, prima ancora dell’entrata in vigore dell’automatismo. “Le adesioni ai fondi sono cresciute rispetto allo scorso anno”, osserva Padula, “questo accade perché per la previdenza complementare vale un po’ l’idea che il fatto stesso di parlarne accresce le adesioni”. È uno dei paradossi del secondo pilastro, cioè la previdenza integrativa che si affianca alla pensione pubblica: molti sanno che dovrebbero pensarci, pochi lo fanno davvero, e ogni volta che il tema finisce sui giornali, una parte dell’interesse latente si trasforma in iscrizioni.
C’è poi il tema degli investimenti: dove finiscono i contributi versati? Padula esclude il rischio di una concentrazione sull’Italia. “I fondi pensione hanno portafogli diversificati su scala internazionale”, spiega. Il peso dell’azionario italiano è limitato, perché Piazza Affari è piccola rispetto alle altre Borse mondiali. Il discorso è in parte diverso per il debito pubblico, dove l’Italia pesa di più perché il mercato dei titoli di stato nazionale è molto ampio. Ma anche in questo caso, secondo Padula, non siamo davanti a una concentrazione anomala che possa produrre rischi per le pensioni di quei lavoratori che aderissero a fondi esposti a obbligazioni governative.
Escluso l'azzardo di una scommessa concentrata sull’Italia, resta però il problema di chi riesce davvero a versare. Roberto Ghiselli, presidente del consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps, spiega che la previdenza complementare funziona bene quando ci sono carriere continue, redditi sufficienti e versamenti regolari. Funziona molto meno per chi “lavora a intermittenza, per chi ha periodi vuoti, part time poveri, salari da 1.200 o 1.300 euro al mese”. Queste persone non riescono a versare a sufficienza oppure interrompono la contribuzione anche per lunghi periodi, il risultato sono ritorni pensionistici bassi. Insomma la riforma è stata pensata soprattutto per un mercato del lavoro in cui le carriere iniziano presto e sono continuative, ma oggi sempre meno persone hanno questo tipo di situazione occupazionale. Ghiselli considera comunque la riforma un passo avanti perché rende “più solido” il meccanismo di silenzio-assenso che ora riguarda non solo la destinazione del Tfr, ma anche la quota di contributi del lavoratore e quella dell’impresa. Era poi necessario, dice, un intervento per allargare la platea di chi aderisce alla previdenza complementare, "soprattutto nelle imprese più piccole dove l’adesione è rimasta debole. Occorre però che la scelta del lavoratore resti sempre volontaria e informata”.
