Lusetti ci spiega come imprese e sindacati possono combattere bene i contratti pirata

"Tra aziende e lavoratori c’è necessità di intendersi sulla definizione di andamento dei prezzi e dei salari. Sarebbe un errore scaricare sulla contrattazione sindacale elementi che non sono propri e che non rispecchiano la realtà delle cose”, dice il vicepresidente di Confcommercio

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Foto Ansa

“Nei mesi scorsi c’è stata una volontà unanime di accorciare le distanze da parte di chi rappresenta il mondo dei lavoratori e da parte di chi rappresenta il mondo delle imprese, perché ci si è accorti che la frammentazione nella rappresentanza era qualcosa di negativo”. Lo dice al Foglio Mauro Lusetti, vicepresidente di Confcommercio, e poi aggiunge che “il fenomeno dei contratti pirata si era posto all’attenzione di chi si occupa di relazioni sindacali come un problema serissimo e che andava affrontato nel modo più efficace. Ora, se uno guarda alla dimensione, siamo a percentuali minime, ma è in costante crescita, soprattutto in alcune zone del Mezzogiorno. E da lì si sta diffondendo anche in altre aree del paese rischiando così di alterare la sana competizione tra imprese. Peraltro, ci sono organizzazioni che, dal punto di vista delle imprese, rappresentano poco più di un condominio e ancora meno dal punto di vista dei lavoratori, ma nonostante ciò sottoscrivono contratti in dumping che minano la contrattazione di qualità, riducendo diritti, tutele e salari. Se non si affronta questo tema con urgenza e con una visione complessiva, chi ne subisce i danni è la contrattazione delle organizzazioni maggiormente rappresentative”.
E poi ci sono state varie sfumature di intervento o di sollecitazione politica, con temi portati all’attenzione generale anche come slogan. “Sì, ci sono state le proposte sul salario minimo e c’è stata la delega al governo scaduta a fine aprile. Due fattori che portavano il reale rischio che le istituzioni facessero interventi a gamba tesa nelle relazioni industriali. E tutto questo ha fatto sì che ci fosse un sussulto nella ricerca dell’unità sindacale e in quella datoriale e che si cercassero terreni di confronto comune”. Una dimostrazione di forza anche sorprendente da lavoratori e imprese, in una fase difficile e tra sollecitazioni che confondevano le cose. “Il mondo del lavoro nella sua complessità ha battuto un colpo e devo registrare che le organizzazioni sindacali sono arrivate un po’ prima di noi nell’individuare un terreno comune con il loro documento di una decina di giorni fa, ma per loro era relativamente più facile, mentre sul nostro lato c’è maggiore articolazione e facciamo un po’ più di fatica a trovare un punto di equilibrio, ma, insomma, è solo questione di tempo e sono fiducioso”.
A quel punto si aprirà una seconda fase? “Sì, ma partiamo dalla rappresentazione che ha preso piede e che vorrei contrastare, quella che parla in modo generalizzato di lavoro povero. Allora, è noto che c’è un problema di remunerazione del lavoro, ma quando si parla di lavoro povero e si indicano percentuali quasi a due cifre per confrontare l’aumento del costo della vita e l’aumento dei salari si commettono vari errori, ad esempio non si tiene conto degli interventi sulla fiscalità fatti dal governo, non si tiene conto della contrattazione di secondo livello, non si tiene conto del welfare contrattualizzato. Eppure, sono tutti elementi concreti che intervengono a correggere la differenza tra le due percentuali. La differenza c’è, certo, ma anziché essere tra l’8 e il 10% è attorno al 3%. Ma parlare dell’8% e scaricare la risposta a questo squilibrio tutta sulla contrattazione generale è un errore e su questo terreno si avrebbe un allungamento dei tempi di rinnovo dei contratti. Tra imprese e lavoratori c’è necessità di intendersi, molto più di prima, sulla definizione dei temi di contesto, perché altrimenti, se si parte dal presupposto di quella distanza enorme tra andamento dei prezzi e andamento dei salari, non si riesce a chiudere nulla. Sarebbe un errore scaricare sulla contrattazione sindacale, sulla trattativa, elementi che non sono propri e che non rispecchiano la realtà delle cose”.
Questa intesa generale apre anche ad applicazioni in diversi settori, come si può sfruttare questa opportunità? “Soprattutto nei nostri settori il tema della flessibilità non è secondario. Si ha la necessità di trovare flessibilità nella tua organizzazione del lavoro e questo è un tema delicatissimo perché attiene alla regolamentazione del part-time, al lavoro festivo e domenicale”. I prossimi passaggi? “C’è la piattaforma dei sindacati, ma non c’è ancora la nostra, dobbiamo individuare punti in comune e definire i perimetri in cui articolare la definizione dei nuovi contratti. Il decreto Primo Maggio ha parlato di salario giusto, ha messo i puntini sulle i, ma senza intervenire a gamba tesa sulle materie che sono e devono restare oggetto di contrattazione tra le parti. I sindacati hanno fatto un lavoro positivo. Adesso tocca a noi”.