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Decreto Primo maggio, la svolta. Il “salario giusto” e l’addio al contratto “più applicato”
Per combattere il lavoro povero non serve schiacciare le prerogative delle parti sociali. Serve, al contrario, sostenere la contrattazione di qualità e fornire agli organi di vigilanza la tecnologia e i dati per stanare chi compete slealmente sulla pelle dei lavoratori
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5 MAY 26

Foto Ansa
Il decreto legge approvato in occasione del Primo maggio segna un punto di svolta nel tormentato dibattito sulle retribuzioni nel nostro paese. Con l’introduzione della misura sul “salario giusto” (art. 7 del dl), il governo ha compiuto una scelta di politica del diritto che merita di essere analizzata con attenzione, non solo per ciò che prescrive, ma soprattutto per i pericoli che finalmente disinnesca. Sgombriamo subito il campo da un equivoco: non ci troviamo di fronte a una legge generale e universale sul salario minimo. La norma appena varata ha una natura speciale e, per certi versi, temporanea. Essa disegna un regime essenzialmente “promozionale”: l’accesso ai nuovi incentivi all’occupazione previsti dal decreto è subordinato alla corresponsione di un trattamento economico individuale che non sia inferiore al trattamento economico complessivo determinato dai contratti collettivi delle organizzazioni più rappresentative. In altre parole, lo stato non impone una cifra oraria fissa erga omnes, ma utilizza la leva degli incentivi economici per spingere verso l’applicazione della contrattazione collettiva di maggiore qualità che si assume essere quella delle organizzazioni più rappresentative.
Questo approccio apre l’inizio di una fase interessante perché elimina i rischi che avevamo denunciato con riferimento alla legge delega 144/2025. Quella legge delega, infatti, operava un pericoloso slittamento semantico, indicando quale parametro retributivo i contratti “maggiormente applicati”. Un criterio meramente quantitativo che avrebbe rischiato di trasformare in standard legale la patologia del dumping contrattuale, nobilitando i cosiddetti “contratti pirata” solo perché resi statisticamente diffusi da imprese in cerca di sconti sul costo del lavoro. Il decreto Primo maggio corregge a rotta: l’art. 7 ancora inequivocabilmente il concetto di “salario giusto” ai contratti stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, tenendo conto del settore, dell’attività prevalente e della natura del datore di lavoro. Si ritorna così a un criterio qualitativo, riabbracciando quel principio del Ccnl più protettivo che è la vera anima dell’art. 36 della nostra Costituzione. Il che spinge in avanti anche il processo di necessaria misurazione della maggiore rappresentatività, con tutte le complicazioni tecniche che sono state riscontrate negli ultimi 15 anni.
Ma c’è un secondo punto di interesse in questo provvedimento che rappresenta forse la vera leva di trasformazione del sistema ispettivo: l’utilizzo esteso e strategico del codice unico alfanumerico dei Ccnl. Il comma 6 dell’art. 7 stabilisce infatti che, sulla piattaforma Siisl, le posizioni di lavoro pubblicate debbano recare l’indicazione obbligatoria del contratto collettivo applicato mediante il codice alfanumerico assegnato dal Cnel (ex art. 16-quater del dl 76/2020), collegandolo alla retribuzione e al livello contrattuale. Non si tratta di un mero adempimento burocratico. Questa norma istituzionalizza finalmente la trasparenza contrattuale. Fino a oggi, il disallineamento tra il contratto formalmente dichiarato (spesso ai soli fini contributivi nei flussi Uniemens) e quello sostanzialmente applicato al lavoratore è stato il terreno di caccia preferito dai prestigiatori del dumping.
Obbligare all’uso del codice unico del Cnel in modo esteso crea le fondamenta per una vera interoperabilità delle banche dati pubbliche. Questo permetterà all’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) di cambiare radicalmente strategia: si potrà passare da una vigilanza generalista a campagne ispettive mirate e data-driven. Incrociando i codici alfanumerici dichiarati con le comunicazioni obbligatorie e i flussi previdenziali, le istituzioni potranno rilevare le anomalie, le incoerenze e gli scostamenti sintomatici di irregolarità, colpendo chirurgicamente i fenomeni di concorrenza sleale e di lavoro sottopagato. Il Decreto Primo Maggio 2026 ci consegna dunque una lezione: per combattere il lavoro povero non serve schiacciare le prerogative delle parti sociali. Serve, al contrario, sostenere la contrattazione di qualità e fornire agli organi di vigilanza la tecnologia e i dati per stanare chi compete slealmente sulla pelle dei lavoratori.