Confartigianato presenta il conto della crisi in medio oriente

La guerra all'Iran costa alle imprese italiane 1,6 miliardi di vendite all’estero. A marzo l’export verso l’area del Golgo si è dimezzato, con cadute verticali in Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti

13 GIU 26
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Marco Granelli, presidente Confartigianato (foto Ansa)

Mentre si attende la firma dell’accordo tra Stati Uniti e Iran, l’economia italiana fa i conti con l’impatto della crisi in medio oriente, tra crollo delle vendite all’estero e fiammata dei costi di produzione. A tracciare il bilancio di questi mesi è Confartigianato, che mette in fila gli effetti subiti dalle nostre imprese, a partire dal commercio estero.
Nel bimestre compreso tra marzo e aprile, le aziende hanno visto andare in fumo 1,6 miliardi di euro di export nell’area del medio oriente, registrando una contrazione del 33 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il momento peggiore si è toccato a marzo, quando le esportazioni verso la regione sono letteralmente dimezzate, segnando un -52,5 per cento rispetto a marzo del 2025. Si tratta della flessione più pesante tra tutte le principali economie dell’Unione Europea. Il dato italiano è infatti nettamente peggiore rispetto alla diminuzione media del 30 per cento registrata complessivamente dai Paesi Ue, e supera di gran lunga le pur pesanti contrazioni della Germania (-23,2 per cento) e della Francia (-14 per cento). E i dati di aprile confermano la tendenza negativa, evidenziando un’ulteriore diminuzione del nostro export in medio oriente pari a -6,9 per cento su base annua. Gli effetti peggiori sulle vendite Made in Italy si sono registrati verso l’area del Golfo, dove, a marzo, sono crollate del 63 per cento rispetto a marzo dello scorso anno. Guardando alla mappa dei singoli mercati, si registrano vere e proprie battute d’arresto, con il Kuwait ‘maglia nera’ che cede l’89,6 per cento, seguito dai crolli verticali di Qatar (-66,1 per cento) ed Emirati Arabi Uniti (-65,9 per cento), e dalla pesante contrazione dell’Arabia Saudita, che arretra del 35,5 per cento.
Oltre alle conseguenze sul commercio estero, Confartigianato rileva i rincari di energia e materie prime. Nei tre mesi di crisi, il prezzo medio del gas ha subito un’impennata del 38,3 per cento rispetto a febbraio, mentre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità è balzato in avanti dell’11,6 per cento rispetto alla fase pre crisi. Una pressione sui costi energetici che si riflette anche sui trasporti: a inizio giugno, il costo industriale del gasolio viaggiava ancora su livelli superiori del 49,8 per cento rispetto alla media di febbraio. Parallelamente, i blocchi e le tensioni internazionali hanno surriscaldato i mercati delle commodity. A maggio, i prezzi di metalli e minerali – fondamentali per le nostre filiere manifatturiere – sono risultati mediamente più alti del 39,3 per cento rispetto a un anno fa. I rincari più duri colpiscono i metalli non ferrosi e strategici, a partire dallo stagno, che vola a +67,5 per cento, e dall’alluminio, in crescita del 49,7 per cento. Seguono a ruota gli aumenti consistenti di rame (+42,1 per cento), zinco (+31,7 per cento) e nichel (+22,5 per cento), mentre incrementi più contenuti, ma comunque significativi, si registrano per il minerale di ferro, in rialzo del 12 per cento, e per il piombo, che fa segnare un +1,7 per cento. “Il quadro che emerge dalle nostre rilevazioni – sottolinea il presidente di Confartigianato, Marco Granelli – è quello di una doppia forte pressione sulle imprese italiane: da un lato la perdita di sbocchi commerciali in un’area strategica per il Made in Italy, dall’altro l’aumento dei costi di produzione legato ai rincari dell’energia e delle materie prime”. Un mix negativo che, conclude Granelli, “rischia di rallentare la crescita e comprimere la competitività delle filiere manifatturiere nei prossimi mesi”.