“Diritto a restare”, il Pd e la coazione a ripetere bonus inefficaci

Bankitalia certifica il flop della Decontribuzione Sud voluta da Provenzano: zero effetti su occupazione, salari e investimenti, e costò 3 miliardi l'anno. Schlein rilancia con un bonus da 200 euro per non far emigrare i giovani

6 GIU 26
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“Partire non deve essere mai una costrizione, deve essere una scelta fatta per arricchire i propri percorsi professionali e di vita”, ha detto Elly Schlein lanciando la nuova proposta di legge del Pd sul “diritto a restare”: un bonus da 200 euro al mese per impedire che i giovani italiani emigrino. Sono parole pressoché identiche a quelle usate sei anni fa dall’allora ministro per il Sud, e attuale responsabile Esteri del Pd, Peppe Provenzano: “Dobbiamo mettere insieme gli strumenti per sancire il diritto a restare. Non faccio la retorica dell’emigrazione: i giovani devono essere liberi di andare e liberi di tornare”. Allora Provenzano voleva creare le condizioni per fare “restare” i giovani del Mezzogiorno, ora Schlein estende il principio a tutti gli under 35 del paese. Proprio per questa coincidenza nelle parole d’ordine e negli obiettivi, prima di varare nuovi bonus, sarebbe il caso di fare un bilancio su quelli vecchi.
Il caso vuole che, proprio in questi giorni, la Banca d’Italia abbia pubblicato uno studio sugli effetti della Decontribuzione Sud, la principale freccia nella faretra della strategia per il Meridione dell’allora ministro Provenzano. La conclusione degli economisti di Bankitalia (Giuseppe Albanese, Emanuele Ciani, Gabriele Macci, Graziella Mendicino e Andrea Petrella) è che la misura si è rivelata un flop, anche molto costoso. Ma riavvolgiamo il nastro. La Decontribuzione Sud consisteva in uno sgravio contributivo del 30 per cento per le imprese del Mezzogiorno, sia per i lavoratori già impiegati sia per i neoassunti, senza alcun requisito in termini di investimenti o occupati aggiuntivi: in sostanza si è trattato di una riduzione del costo del lavoro del 5,6 per cento per le imprese locate al sud. Lo sgravio venne introdotto inizialmente per tre mesi, gli ultimi del 2020, per impedire un possibile collasso dell’occupazione nel Meridione a causa della crisi pandemica, ma nell’idea di Provenzano doveva diventare una misura strutturale per dieci anni (fino al 2029) da finanziare con le risorse europee del Next Generation Eu. Gli obiettivi, nelle intenzioni, erano molteplici: aumento dell’occupazione, nuovi investimenti (soprattutto attraendo o intercettando flussi medi rilocalizzazioni). Insomma, non solo i lavoratori sarebbero dovuti “restare” al sud, ma le imprese sarebbero dovute “venire” oppure “tornare”. Nulla di tutto questo è accaduto: nessun impatto sull’occupazione, nessun impatto sui salari, nessun effetto sugli investimenti. Zero. Nonostante il costo sia stato elevato: dai 3 ai 3,7 miliardi annui tra il 2021 e il 2024.
L’analisi degli economisti della Banca d’Italia mostra che la Decontribuzione Sud ha prodotto “un effetto pari a zero sull’occupazione e sui salari medi”. Mentre si registra “un effetto positivo sui ricavi” che ovviamente “è concentrato tra le imprese con maggiore intensità di lavoro”: la riduzione del costo del lavoro ha consentito di migliorare la competitività riducendo i prezzi (o aumentandoli di meno). Inoltre, scrive Bankitalia, lo sgravio contributivo “ha avuto un effetto positivo e più ampio sulla redditività e sulla liquidità” mentre non c’è stato alcun “impatto sugli investimenti”. In sostanza, concludono gli economisti di Via Nazionale, le imprese hanno usato la decontribuzione “per migliorare la propria situazione finanziaria a breve termine, anziché per effettuare investimenti a lungo termine”. Il contrario dell’obiettivo della misura. E non si può dire che sia un esito sorprendente. Dagli anni Settanta l’Italia garantì una decontribuzione totale nelle regioni meridionali per 25 anni, con risultati analoghi. Lo sgravio venne progressivamente abolito dal 1995 con l’accordo Pagliarini-van Miert, all’interno del percorso d’ingresso nell’euro, perché per l’Europa era un aiuto di stato.
Nel 2020 il governo Conte reintrodusse la misura approfittando del “Temporary framework” che aveva sospeso la disciplina sugli aiuti di stato per far fronte alla crisi Covid. La Decontribuzione Sud è stata poi abrogata dal governo Meloni non perché ritenuta inefficace, ma perché la Commissione europea l’ha di nuovo ritenuta incompatibile con la disciplina sugli “aiuti di stato”. Altrimenti saremmo andati avanti per altri 25 anni.
In ogni caso non si può dire che nessuno aveva previsto il flop. Francesco Giavazzi, nel settembre 2020, sul Corriere della Sera scrisse che la decontribuzione “induce le aziende ad investire in produzioni il cui vantaggio comparato non è la tecnologia, ma il basso costo del lavoro”; in questo modo si sarebbe seguita “una strada che potrebbe avvicinare il Mezzogiorno al Vietnam”. L’allora ministro Provenzano rispose piccato all’economista della Bocconi scrivendo che la Decontribuzione Sud serviva a “moltiplicare gli effetti occupazionali degli investimenti” e a fare risalire “posizioni nelle catene del valore” alle “realtà già competitive”. E’ successo l’opposto. Prima di proporre nuovi bonus per il “diritto a restare”, il Pd non farebbe meglio a riflettere su ciò che resta di quelli vecchi?