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L’Europa è l’area che ha dato più sgravi contro lo choc petrolifero. Il conto è salato
L'Ue spende per sostenere la domanda, l'Asia è concentrata sul suo contenimento e usa ogni fonte disponibile: due strategie opposte per affrontare la carenza di energia
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29 APR 26

(foto Ansa)
L’invito della Commissione europea a evitare politiche di aiuto generalizzato sull’energia, prediligendo interventi focalizzati, è – per usare un eufemismo – caduto nel vuoto. Lo ha notato ieri il Financial Times facendo il conto dei provvedimenti censiti dall’Agenzia internazionale dell’energia (Aie): su 39 paesi che hanno messo in campo sgravi fiscali sui carburanti o sul gas, ben 19 appartengono all’Unione europea, contro 9 nell’Asia-Pacifico e 11 altrove. Viceversa, solo 3 paesi europei hanno tentato di contenere la richiesta di combustibili fossili, contro 19 nazioni dell’Asia-Pacifico e 6 altrove.
I dati complessivi sono impressionanti. Secondo il think tank Bruegel, complessivamente gli Stati membri dell’Ue hanno finora stanziato più di 10 miliardi di euro. In valore assoluto, il campione di aiuti è la Spagna, con 5 miliardi di euro per finanziare il taglio dell’Iva, seguita dalla Germania (1,6 miliardi) e da Paesi Bassi e Italia (entrambi leggermente sotto il miliardo). In proporzione al pil, dopo la Spagna (0,296 per cento) vengono la Bulgaria (0,194 per cento) e la Grecia e l’Irlanda (attorno allo 0,12 per cento).
E’ probabile che la spesa pubblica per tamponare l’emergenza energetica crescerà nel tempo, se la situazione nel Golfo non si normalizzerà: è difficile, infatti, immaginare che questi provvedimenti possano essere ridotti o eliminati in assenza di un calo almeno comparabile dei prezzi. Diversamente dal 2021-23, quando a livello europeo furono bruciati 651 miliardi di euro di cui 157,7 da Berlino e 92,7 da Roma, le finanze pubbliche stanno attraversando una fase più delicata. Il debito pubblico è aumentato a dismisura (anche per effetto di quegli interventi) e i tassi di interesse sono cresciuti per mitigare il rischio inflazionistico, rendendo più oneroso l’indebitamento, specie nei paesi più esposti (Italia in primis). “Se scegli una strategia fiscale aggressiva – ha detto alcuni giorni fa Rodrigo Valdés, direttore del Fondo monetario internazionale per gli Affari fiscali – l’unica cosa che produci è lavoro aggiuntivo per la banca centrale”, che deve garantire la stabilità dei prezzi.
Questo intervento scomposto e scoordinato contro il caro energia, pur politicamente comprensibile, rischia di rivelarsi problematico. Dal punto di vista economico, potrebbe non solo alimentare l’inflazione, ma anche la domanda di carburanti e gas. A maggior ragione, se si considerano altre misure di natura non fiscale che hanno il medesimo effetto: “Cinque delle economie europee che hanno tagliato le tasse [sull’energia] hanno anche previsto tetti ai prezzi dei carburanti o ai margini di profitto dei venditori”, hanno scritto sul Financial times i giornalisti Amy Borrett, Ian Johnston e Amy Kazmin. Al contrario, i paesi asiatici stanno facendo di tutto per contenere la domanda. E’ soprattutto grazie a loro se, a fronte di una riduzione dell’offerta attorno ai 13 milioni di barili al giorno, i consumi ad aprile si sono contratti tra i 2,3 milioni (stima Aie) e i 4 milioni (stima di Vitol, uno dei maggiori trader al mondo). L’import cinese di gas naturale liquefatto (Gnl) è sceso da 26 milioni di tonnellate a dicembre a 19 milioni ad aprile, il livello più basso dal 2018. Questo risultato deriva da una combinazione tra forme più o meno esplicite di razionamento e il ricorso a qualunque sostituto prontamente disponibile, dalle rinnovabili al carbone, che consentono di risparmiare il gas nella generazione elettrica.
In Europa il fenomeno è molto meno evidente, il che mette in luce anche una contraddizione politica. Più di ogni altro, l’Unione europea ha fatto della transizione energetica la sua bandiera e ha adottato politiche che, almeno nel breve termine, comportano un incremento dei costi dell’energia. “Non esiste elettricità gratuita”, si intitola l’ultima puntata del podcast di Dieter Helm (il decano degli economisti dell’energia britannici), che fa il verso alla battuta di Milton Friedman sui pasti gratis. La decarbonizzazione dell’economia non avverrebbe spontaneamente, o almeno non alla velocità dettata dai target Ue, che tra l’altro riguardano, oltre le emissioni, la diffusione di specifiche tecnologie (le rinnovabili, l’efficienza e adesso, forse, anche l’elettrificazione). Proprio per questo, ulteriori rincari dovuti al contesto internazionale diventano indigesti in un’area già alle prese con prezzi superiori al resto del mondo: viene da chiedersi se non sia meglio darsi obiettivi sostenibili nel lungo termine, invece di alternare accelerazioni inverosimili a brusche frenate, a suon di obblighi e incentivi le une, sgravi e sussidi le altre.