Economia
il commento •
Dati alla mano, perché regge il rapporto Cisl sulla contrattazione
L’obiezione di una lettura suggestiva del potere d’acquisto dei lavoratori italiani. Il segretario confederale Pirulli risponde a Leonardi

Foto Enrico Pretto per LaPresse
Marco Leonardi è un economista serio e il suo intervento sul Foglio merita una risposta altrettanto seria. Una doverosa osservazione in premessa: l’articolo critica il rapporto Cisl sulla base di un’obiezione metodologica che il rapporto stesso anticipa e riporta esplicitamente, come ben si comprende leggendolo per intero.
Il punto di Leonardi è che la Cisl userebbe il monte retributivo totale diviso per il numero di occupati, e che la misura corretta del potere d’acquisto sarebbe invece il salario reale per ora lavorata. Guardando alle ore, dice, la perdita resta nell’ordine del 6-7 per cento, sostanzialmente in linea con i minimi contrattuali. Saremmo insomma vittime di un effetto statistico mascherato da recupero.
Peccato che il rapporto Cisl presenti esattamente questa distinzione. Nella tabella 5, elaborata su dati Ocpi-Istat, figurano sia le retribuzioni pro capite reali (-1,7 per cento) che le retribuzioni orarie reali (-5,0 per cento). Entrambe, non una sola. Non è che la Cisl ignori il dato orario: lo inserisce nel documento e ne spiega la differenza. Quella differenza esiste e ha un nome: più occupazione, più part-time, mix settoriale cambiato con la crescita di quelli a basso valore aggiunto. Non è recupero salariale: è composizione dell’occupazione. Lo abbiamo scritto noi.
Il punto che il rapporto ha voluto evidenziare è però un altro. Esiste un terzo livello di analisi che Leonardi non prende in considerazione: le retribuzioni nette. Il taglio del cuneo contributivo introdotto nel 2022 e reso strutturale dalla legge di Bilancio 2025 non agisce sulle retribuzioni lorde né su quelle orarie. Agisce sul netto in busta paga. I dati Inps 2025 mostrano che per i redditi mediani il gap residuo rispetto al 2019 scende a soli 0,5 punti su un’inflazione cumulata del 17,4 per cento. Per i redditi bassi il gap è 2,9 punti. Non sono numeri calcolati dalla Cisl, ma dall’Inps. Ignorarli non è rigore metodologico, è imprecisione.
Ciò chiarito, il nodo che Leonardi solleva è reale e di natura anche politica. Il sistema contrattuale copre disomogeneamente l’occupazione: la contrattazione di secondo livello raggiunge il 78 per cento dei lavoratori nel settore bancario, ma meno del 20 per cento nei servizi. Nel 2025 sono stati oltre 5 milioni le lavoratrici e i lavoratori che hanno ricevuto premi contrattati, di produttività, distribuzione degli utili, conciliazione vita-lavoro, welfare aziendale (Report ministero del Lavoro). Questi si aggiungono agli eventuali premi fissi di produzione, superminimi collettivi, quattordicesima mensilità, gratifiche e premi feriali, elementi di retribuzione fissa, come evidenzia il VII Rapporto Ocsel Cisl 2025 sulla contrattazione decentrata. Nel pubblico impiego abbiamo contrattato il salario accessorio.
La contrattazione decentrata copre quindi ampie fasce di lavoro, ma sappiamo bene che non è ancora sufficiente.
E’ esattamente per questo che il rapporto non dice che “tutto va bene”, anzi. Scriviamo con chiarezza che il sistema funziona dove è presente la buona contrattazione collettiva nazionale e in particolare quella decentrata e la sfida legislativa, politica e di relazioni industriali è estenderne la presenza in tutti i luoghi di lavoro. La soluzione proposta dalla Cisl è la contrattazione decentrata, aziendale o territoriale, come diritto universale di tutti i lavoratori, non come prerogativa delle grandi imprese. Non è difesa dello status quo, ma esattamente l’opposto: puro riformismo sociale.
Sul tema dei contratti pirata, ha ragione Leonardi nel segnalare che il problema è stato a lungo sottovalutato. Ma non certo dalla Cisl. Già l’Accordo interconfederale del 2009 sostitutivo di quello del 1993, evidenziava il problema e prevedeva delle soluzioni. Ma la strada che Leonardi evoca (una legge sul salario minimo e una legge sulla rappresentanza) non risolve il nodo che lui stesso identifica. La risposta non sta in una legge, ma nella messa in opera degli accordi interconfederali sottoscritti da oltre 10 anni e bloccati da una sterile discussione politico- sindacale e dagli interessi lobbistici delle sigle che fanno dumping contrattuale. Gli Accordi interconfederali stabiliscono chi può firmare contratti validi per tutti e una rappresentanza sindacale certificata ci auguriamo finalmente (dopo due anni) anche da parte del ministero del Lavoro. Questa è la posizione della Cisl da oltre vent’anni.
Accanto a quanto ricordato, serve individuare quali contratti hanno un reale radicamento nel nostro sistema, ossia “pesano” in termini di numero di lavoratrici e lavoratori a cui vengono applicati: è così che si individuano i contratti c.d. leader nei vari settori e, con le regole pattizie, sottoscritti dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative. E’ ciò che le parti sociali stanno facendo al Cnel e che la Cisl sostiene fermamente. Oltretutto i dati ridimensionano il problema “quantitativo” del dumping contrattuale: 99 Ccnl sottoscritti da Cgil, Cisl, Uil coprono oltre il 97 per cento dei lavoratori nel settore privato. Circa 800 Ccnl di sigle minori coprono circa il 2 per cento, poco più di 350.000 lavoratori.
La politica dovrebbe supportare, anche con un eventuale legislazione di sostegno, gli accordi interconfederali sottoscritti dalle organizzazioni realmente rappresentative, non aggirare le parti sociali moltiplicando tavoli con sigle non rappresentative o con proposte di legge che finiscono per proporre pezze peggiori del buco. Ad ogni modo l’alternativa all’inerzia non può essere qualcosa di sbagliato. Non un salario minimo il cui quantum è imposto dalla legge, ma un sistema contrattuale riformato, con regole definite per via pattizia dalle parti sociali, certe sulla rappresentanza, con una contrattazione decentrata che raggiunga davvero tutti i luoghi di lavoro. Questo è il cantiere aperto oggi anche con i tavoli di lavoro con le maggiori associazioni datoriali. E’ questo il motivo per cui chiediamo un nuovo Patto sociale. Che, aggiungiamo, dovrebbe essere accompagnato da politiche fiscali che continuino a sostenere i redditi mediobassi.
Il rapporto Cisl non fotografa un sistema perfetto e non è interessato ad affermare alcuna visione di parte, ma intende mappare un sistema in ripresa parziale sul piano salariale (senza innescare spirali inflattive) segnala le criticità e distorsioni informative che lo penalizzano nel dibattito pubblico, e indica la direzione su cui andare.
Se il punto di Leonardi è che questo dibattito richiede più rigore analitico e meno propaganda politica e anche sociale, siamo d’accordo. Soprattutto chi fa politica farebbe bene ad ascoltare il sindacato per il bene di lavoratrici e lavoratori.