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Il rapporto Cisl non regge. La perdita è reale e l’inerzia gioca contro i salari
Il rapporto sulla contrattazione del sindacato fornisce una lettura suggestiva ma che non è corretta. La misura per calcolare il potere d'acquisto è mettere in rapporto salario reale per ora lavorata. Un errore metodologico che ha ricadute politiche
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17 APR 26

© foto Ansa
La Cisl ha pubblicato un rapporto sulla contrattazione con la tesi che la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori italiani non sarebbe così grave. Guardando alle sole retribuzioni contrattuali, la caduta reale è intorno al –6,4 per cento rispetto al 2019. Ma se si considerano le “retribuzioni di fatto”, cioè quelle che includono premi, straordinari e contrattazione decentrata, la perdita si riduce a circa –1,7 per cento. È una lettura suggestiva. Ma purtroppo non è corretta.
Il punto è metodologico, ma le implicazioni sono politiche. La Cisl usa il monte salari totale diviso per il numero di occupati. La misura corretta del potere d’acquisto è un’altra: il salario reale per ora lavorata. Guardando alle ore lavorate, la perdita resta nell’ordine del 6–7 per cento, sostanzialmente in linea con quella dei minimi contrattuali. Non c’è alcun recupero nascosto. C’è, piuttosto, un effetto statistico. Questo accade perché la contrattazione di secondo livello – quella che dovrebbe spiegare la differenza tra retribuzioni contrattuali e di fatto – copre solo una parte dei lavoratori. Nei servizi, nel turismo, nelle piccole imprese, quella leva semplicemente non esiste. Il rapporto Cisl è quindi anche un tentativo di sostenere che, tutto sommato, il sistema funziona. Che non servono interventi strutturali. Ma è una conclusione pericolosa. Primo, perché il potere d’acquisto è davvero sceso e non recupererà facilmente. Il ritardo accumulato negli anni dell’inflazione non si riassorbe automaticamente. Secondo, perché il tema dei contratti pirata è stato a lungo sottovalutato. Oggi, improvvisamente, tutti riconoscono che è importante. Ma affrontarlo significa fare ciò che nessuno ha mai voluto davvero: una legge sulla rappresentanza che stabilisca chi può firmare contratti validi per tutti. Terzo, perché la strategia degli ultimi anni era coerente con un mondo senza inflazione. Si puntava ad allargare la contrattazione decentrata, a sviluppare welfare aziendale, sanità e previdenza integrativa. Tutti strumenti utili ma che funzionano quando i prezzi sono stabili. Con l’inflazione, torna centrale il ruolo dei contratti nazionali e dei minimi salariali.
Il problema è di governance. Il governo ha insistito per anni che andasse tutto bene, mentre allo stesso tempo ha allargato il tavolo a nuove sigle sindacali spesso più deboli, quando non apertamente favorevoli a contratti al ribasso. Ora che la fase politica è più fragile, è difficile immaginare una correzione di rotta. Il decreto sul Primo Maggio rischia di tradursi nell’ennesima intesa tra le parti, che storicamente non ha mai funzionato senza un supporto legislativo. Ma una legge sulla rappresentanza significherebbe scontentare proprio quei nuovi interlocutori che il governo ha contribuito a legittimare.Il risultato più probabile è l’inerzia. Proprio nel momento peggiore. Perché se l’inflazione dovesse tornare a salire – e molti segnali vanno in quella direzione – si ripeterà lo stesso schema: rinnovi tardivi, aumenti insufficienti, nuova perdita di potere d’acquisto. Si parla anche di introdurre un’indennità di vacanza contrattuale più generosa. Ma se resta una tantum e non entra nei minimi, serve a poco. Alla scadenza del contratto si riparte da una base che non è cresciuta e quindi non si recupera nulla. Non si parla in nessun modo di salario minimo legale, ma non si capisce come si intende affrontare il problema che ormai da anni ha sollevato la Procura di Milano. Può piacere o no, ma in assenza di un riferimento chiaro è il giudice che decide se i contratti sono dignitosi in parti molto rilevanti dell’economia, non solo in piccolissime imprese marginali ma anche nei grandissimi gruppi che le utilizzano regolarmente nella catena dei subappalti. L’inerzia ha funzionato finché l’inflazione era bassa. Ora che è tornata, servirebbe un intervento deciso su contrattazione e rappresentanza. Ma è esattamente ciò che questo governo non ha mai voluto fare. E che oggi, probabilmente, non ha più la forza per farlo.