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Perché l’Italia è il paese europeo più fragile davanti alle crisi internazionali
Le previsioni del Fmi non lasciano spazi a dubbi: con il peggioramento della situazione internazionale l'Italia è tornata il fanalino di coda dell'Ue. I motivi sono tre: la fragilità delle finanze pubbliche, l'aggiustamento condotto in questi anni e la scarsa competitività dei suoi mercati
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18 APR 26

© foto Ansa
Le ultime previsioni del Fondo monetario internazionale destano preoccupazione per l’evoluzione dell’economia europea nei prossimi mesi. Per l’Italia si tratta di un vero e proprio campanello d’allarme. Nello scenario di base, che sconta una rapida risoluzione delle tensioni nel Golfo di Hormuz, le previsioni di crescita per l’area dell’euro vengono ridotte all’1,1 per cento per il 2026, circa 0,1 punto in meno rispetto a 6 mesi fa. Per l’Italia, la revisione al ribasso è di 0,3 punti, con un tasso di crescita che cala allo 0,5 per cento, il più basso dell’Unione. Il dato più preoccupante riguarda la crescita in corso d’anno. A fine 2026 il pil è stimato in calo dello 0,2 per cento rispetto a alla fine dello scorso anno. Il che significa sostanzialmente zero crescita. Nello stesso periodo, la Germania è prevista crescere dello 0,7 per cento, la Francia dello 0,6 per cento e la Spagna dell’1,6 per cento. L’Italia è tornata ad essere il fanalino di coda dell’economia europea. Certo, si tratta di previsioni, soggette ad ampi margini di incertezze, in particolare per quel che riguarda lo scenario geopolitico. Tuttavia, le analisi dell’Fmi mostrano che, in caso di peggioramento della situazione internazionale, l’Italia sarebbe tra i paesi a soffrirne maggiormente. Per vari motivi. Tutti legati a decisioni e politiche messe in atto nel nostro paese negli anni passati.
Il primo è connesso alla fragilità delle finanze pubbliche. Il disavanzo pubblico si è ridotto al 3,1 per cento del pil lo scorso anno, il che ha consentito di ridurre il premio di rischio sui titoli di stato (il cosiddetto spread). Tuttavia, il debito pubblico italiano è continuato a salire, al 137,1 per cento. Le stime dell’Fmi scontano un ulteriore aumento nei prossimi due anni, fino al 138,8 per cento. Il calo, nel 2028, dipende dalla capacità di portare il surplus primario (ossia al netto del pagamento degli interessi sul debito), dallo 0,5 per cento dello scorso anno all’1,6 per cento del pil nel 2028. Un’impresa non facile dal punto di vista politico.
Siamo arrivati a questo punto soprattutto a causa dell’intenso ricorso all’indebitamento nel periodo post Covid, totalmente scollegato dalla capacità di spendere in modo efficace per accrescere il potenziale di crescita del paese. L’erogazione di risorse pubbliche per finanziare bonus, sussidi temporanei e accelerare i pensionamenti non hanno prodotto effetti duraturi. L’Italia è il paese che ha emesso più debito per finanziare il Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza, con la scusa che quel debito era comunque “buono”. Ora ne paghiamo il costo.
L’altro fattore di fragilità riguarda il modo in cui è stato condotto l’aggiustamento in questi anni, principalmente attraverso l’aumento delle entrate, in larga parte con misure una tantum, piuttosto che con una revisione della spesa pubblica, per renderla più efficiente e più equa, il che ha contribuito ulteriormente al rallentamento economico. A sei anni di distanza dalla crisi pandemica, l’economia italiana è tornata a crescere poco e a essere poco resiliente, con uno spazio di manovra limitato per contrastare gli effetti della crisi economica che si paventa.
L’altro fattore sottostante alla fragilità persistente dell’economia italiana è la mancanza di competitività dei suoi mercati, da quello dei beni ai servizi e al lavoro, in un contesto di continuo aggravamento degli oneri amministrativi che ostacolano la crescita delle aziende. Il ritardo nell’attuazione delle riforme strutturali che da anni le istituzioni internazionali – dall’Fmi all’Unione europea – esortano l’Italia a mettere in atto, spiega il ristagno della produttività e, di conseguenza, quello dei salari e del potere d’acquisto delle famiglie.
Un caso emblematico, in questo frangente, riguarda il settore dell’energia. L’Italia è il paese europeo che sta soffrendo maggiormente del rincaro delle materie prime. Ciò è dovuto alla sua maggior dipendenza dalle importazioni. Dopo la crisi energetica provocata dall’invasione dell’Ucraina, lo sforzo si è concentrato sulla diversificazione geografica degli approvvigionamenti, in particolare quelli del gas, piuttosto che sulla riduzione della dipendenza esterna. Le procedure di autorizzazioni per l’avvio di nuovi impianti di rinnovabili sono diventate più complesse, anche per la responsabilità delle autorità locali. Inoltre, le recenti misure per abbassare i costi delle bollette, che spostano una parte dei costi di produzione degli impianti a gas tra gli oneri di sistema, e in ultima istanza sui consumatori, incentivano l’uso delle fonti fossili e, in questo modo, accentuano la dipendenza dalle importazioni dall’estero. Vanificando così i benefici degli investimenti fatti negli anni passati nel settore delle rinnovabili, i cui costi di produzione sono oramai più bassi. In estrema sintesi, continuiamo a farci del male da soli. Magari dando la colpa ad altri.