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Lo zampino del Mef nel ribaltone di Mps
La vittoria di Lovaglio non può essere letta solo come un tema che riguarda Caltagirone o come il risultato delle paure legate all’inchiesta milanese sul presunto concerto. C’è un colpo alla politica romana che Giorgetti non ha ostacolato
17 APR 26

Luigi Lovaglio in conferenza stampa dopo l'assemblea MPS. Foto Ansa
Nella partita di Mps il punto non è solo che ha vinto Luigi Lovaglio. Il punto vero è anche un altro: quanto è credibile l’idea che il ministro dell’Economia, il gran leghista Giancarlo Giorgetti, non abbia inciso, anche solo per omissione, sul fatto che la partita prendesse una direzione più milanese che romana. Perché in finanza, come in politica, non scegliere è spesso già una scelta. E non mettere il Mef nelle condizioni di scegliere è un modo ancora più sofisticato per orientare il risultato. I fatti sono chiari. Delfin ha ribaltato i pronostici e ha votato per Lovaglio. Banco Bpm ha fatto lo stesso. Il risultato è stato un rovesciamento netto dell’esito atteso, con la conferma di Lovaglio al centro della nuova governance. Il Mef, pur detenendo una quota inferiore al 5 per cento, non ha votato, lasciando formalmente la decisione ai soci.
Ma proprio questa neutralità apparente è il nodo politico della vicenda: il Tesoro non ha partecipato al voto, ma non ha nemmeno smesso di seguire la partita delle nomine. E nelle ultime ore, accanto alle spiegazioni industriali e giudiziarie, si è consolidata inevitabilmente anche una lettura politica del ribaltone. La domanda, allora, non è se Giorgetti abbia imposto una linea. La domanda è più sottile: quanto fosse davvero estraneo all’idea che Mps finisse un po’ meno dentro un disegno romanocentrico e un po’ più dentro una geometria milanese. Se Banco Bpm ha avuto un ruolo nel rafforzare Lovaglio, è difficile pensare che al Mef questo esito fosse sgradito. Non serve immaginare una regia esplicita. Basta registrare un fatto: in partite di questo tipo, la neutralità non è mai neutrale. Il precedente aiuta a capire. Già mesi fa, sulla crescita dei francesi in Bpm attraverso Crédit Agricole, si era percepita una distanza tra Palazzo Chigi e il Mef. Non uno scontro aperto, ma una diversa sensibilità: da una parte una lettura più politica e centralizzatrice, dall’altra un approccio più prudente, più tecnico, più attento agli equilibri reali della finanza. Se quella distanza esisteva allora, è ragionevole pensare che esista anche oggi nella partita Mps. Questa chiave di lettura diventa ancora più interessante se si guarda al profilo di Lovaglio. Il ministro dell’Economia ha più volte espresso riconoscenza nei suoi confronti per il risanamento di Mps. E questa chiave di lettura diventa ancora più interessante se si registra una distanza tra la reazione del Mef e quella di Chigi dopo la vittoria di Lovaglio. Delusione a Chigi, neutralità al Mef. Da qui il punto politico.
La vittoria di Lovaglio non può essere letta solo come un tema che riguarda Caltagirone o come il risultato delle paure legate all’inchiesta milanese sul presunto concerto. Può essere letta anche come il segnale di una diversa distribuzione dei pesi dentro il centrodestra. Meno Roma, più Milano, come d’altronde chiede da tempo anche la famiglia Berlusconi. Meno centralità di Fratelli d’Italia, un po’ più spazio alla sensibilità leghista incarnata dal Mef. Non in forma plateale, non con una rottura, ma con la discrezione tipica delle partite vere. E’ questo il punto decisivo: nella finanza italiana l’assenza non coincide quasi mai con l’indifferenza. Se il Mef non vota, ma lascia che altri attori consolidino un esito coerente con una sua preferenza implicita, l’astensione smette di essere una non-scelta e diventa una scelta di campo. Silenziosa, ma riconoscibile. In fondo, è possibile che nella partita Mps Giorgetti non abbia fatto nulla di esplicito. Ma proprio questo è il punto: in certe partite, non fare nulla perché accada una certa cosa è già un modo per farla accadere.