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L’Europa prova a tenere in piedi il multilateralismo (mentre l’America si sfila). Il rapporto Ocse
Nel 2025 gli aiuti allo sviluppo crollano del 23 per cento, soprattutto per il ritiro degli Stati Uniti. Washington taglia USAID e i fondi all’Onu, mentre Bruxelles aumenta il sostegno a Kyiv. Eleonora Tafuro Ambrosetti (Ispi): "L’Ucraina è il dossier prioritario per l’Unione europea"
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13 APR 26
Ultimo aggiornamento: 02:03 PM

Donald Trump e Ursula von der Leyen durante un incontro alle Nazioni Unite nel settembre 2025 (foto Somodevilla/Getty Images)
Il multilateralismo ha un prezzo. E nel 2025 qualcuno ha smesso di pagarlo. L'anno scorso i paesi ricchi hanno ridotto drasticamente gli aiuti a quelli più poveri. Il taglio è stato del 23 per cento, in gran parte dovuto alla scure degli Stati Uniti. Il dato segna il calo annuale più grande da quando esiste la rilevazione ed è un segnale di come stanno cambiando le priorità globali. Gli aiuti complessivi si fermano a 174,5 miliardi di dollari. Nel 2024 erano già scesi del 6 per cento. Siamo tornati ai livelli di prima della pandemia. È questa la fotografia senza precedenti che appare dai dati preliminari dell'Ocse-Dac per il 2025.
Il punto di rottura è negli Stati Uniti, che hanno tagliato i finanziamenti del 57 per cento. Alla base c’è l’impostazione apertamente critica verso il multilateralismo adottata da Donald Trump. In questo quadro si inserisce la chiusura di Usaid, per decenni il perno dell’assistenza americana all’estero, e il drastico ridimensionamento del contributo alle istituzioni internazionali. I finanziamenti alle Nazioni Unite crollano dell’87,2 per cento, il calo più ampio mai registrato, con effetti profondi su un sistema che si reggeva soprattutto sul sostegno americano. Washington resta il secondo donatore globale con 29 miliardi di dollari, ma per la prima volta viene superata dalla Germania, che raggiunge i 29,1 miliardi pur avendo ridotto gli aiuti del 17,4 per cento. Anche gli altri grandi paesi arretrano: Francia (-10,9 per cento), Regno Unito (-10,8 per cento), Giappone (-5,6 per cento). L’eccezione arriva dal nord Europa, dove la Svezia aumenta gli aiuti del 9,6 per cento e supera la soglia dello 0,7 per cento del pil raccomandata dalle Nazioni Unite, insieme a Danimarca, Norvegia e Lussemburgo. Resta stabile il contributo italiano: +0,03 per cento.
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In questo contesto di riduzione generalizzata, le risorse non scompaiono ma si concentrano. In particolare sull’Ucraina. Nel 2025 Kyiv ha ricevuto 44,9 miliardi di aiuti, il livello più alto mai registrato per un singolo paese. Una cifra che supera quanto destinato a tutti i paesi meno sviluppati messi insieme e all’intera Africa subsahariana. “L’Ucraina è il dossier prioritario per l’Unione europea”, spiega al Foglio Eleonora Tafuro Ambrosetti, condirettrice del centro di ricerca su Russia, Caucaso e Asia Centrale dell’Ispi. “È il tema più importante della politica estera europea, e questo si riflette inevitabilmente nei dati”. Gli aiuti bilaterali verso Kyiv diminuiscono del 38,2 per cento, soprattutto per il crollo americano (-91,1 per cento), ma le istituzioni europee intervengono con decisione, portando il loro contributo a 34,6 miliardi di euro, in aumento del 65,2 per cento rispetto all’anno precedente. Tafuro Ambrosetti rimarca che l’impegno europeo non nasce oggi. “L’Unione europea era già un partner molto solido per l’Ucraina, soprattutto sul piano finanziario. Il secondo mandato di Trump ha reso questa dinamica più evidente e più intensa”. Il risultato è che Bruxelles ha assunto un ruolo di stabilizzazione, cercando di compensare il ritiro americano e di garantire continuità ai flussi finanziari. Questo sforzo passa anche attraverso strumenti come la Ukraine Facility, il meccanismo di supporto finanziario progettato per sostenere il bilancio dello stato ucraino e garantirne il funzionamento. Si tratta di risorse destinate a stipendi pubblici, servizi essenziali, tenuta amministrativa. “È un sostegno al bilancio”, osserva la ricercatrice, “che consente all’Ucraina di scorporare risorse da destinare alla difesa”. Resta però aperta una questione politica importante. L’Unione europea sta cercando di sbloccare il prestito da 90 miliardi di euro per Kyiv, inizialmente fermato da Viktor Orbán. Con il cambio di leadership in Ungheria, l’ostacolo potrebbe attenuarsi, ma non è affatto certo che venga meno. “Non sappiamo ancora come si muoverà Péter Magyar”, osserva Tafuro Ambrosetti, “potrebbe essere più flessibile, ma resta un’incognita”. A questo si aggiunge il problema della durata. Molti dei finanziamenti europei sono programmati fino al 2027, e oltre quella data il quadro resta incerto. Nel frattempo, il costo della ricostruzione ucraina, stimato dalla Banca Mondiale in circa 588 miliardi di dollari, lascia intravedere un impegno finanziario di lungo periodo che difficilmente potrà essere sostenuto senza un contributo internazionale.
Fuori dall’Ucraina, il calo degli aiuti colpisce i paesi più fragili che vedono ridursi gli aiuti tra il 23 e il 26 per cento. Il risultato complessivo è una redistribuzione selettiva delle risorse. Si concentra dove l’interesse strategico è più alto, si riduce altrove. È una dinamica che riflette un ordine internazionale sempre più frammentato. Sul piano politico, questa evoluzione conferma un cambiamento più ampio. “L’Unione europea ha sempre cercato di presentarsi come un difensore del multilateralismo”, osserva Tafuro Ambrosetti. “Oggi prova a mantenere questo ruolo, ma non può sostituire completamente gli Stati Uniti”. La riduzione dei fondi americani non riguarda solo l’assistenza allo sviluppo, ma anche strumenti di influenza come i media internazionali finanziati da Washington, da Radio Free Europe a Voice of America. L’intervento europeo in questi ambiti c’è ed è politicamente significativo, ma non ha la scala per compensare il disimpegno americano. Il risultato è un sistema con meno risorse e minore capacità di intervento, con l’Europa che tiene la posizione, senza rinunciare al proprio ruolo, in attesa che negli Stati Uniti finisca la sbornia trumpiana.