Le ipocrisie sul Patto di stabilità nascono da un’idea confusa di debito buono

L'unico debito pubblico buono è quello creato attraverso misure di natura temporanea. Pertanto, se la causa principale del rallentamento economico è un cambiamento strutturale dei prezzi dell’energia, il debito emesso per sostenere i redditi e cercare di compensare l’effetto dei rincari è, per definizione, cattivo

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11 APR 26
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© foto Ansa

La prospettiva di un forte rallentamento economico provocato dal conflitto in Iran ha sollevato un nuovo dibattito sulle regole del Patto di stabilità europeo, che richiedono ai paesi di ridurre il loro disavanzo pubblico entro il 3 per cento del prodotto lordo. In circostanze eccezionali, fuori dal controllo degli stati membri (come gravi recessioni, pandemie, catastrofi naturali…) il Consiglio dei ministri europei può applicare, su proposta della Commissione, una “clausola di salvaguardia generale”, che consente di applicare le regole con flessibilità e addirittura di sospenderne l’applicazione. Il precedente esiste, in particolare dopo lo scoppio del Covid nel 2020. Il forte calo del pil registrato in quell’anno, di circa il 6 per cento nella media dell’Eurozona, e la necessità di consentire alle finanze pubbliche di contrastare gli effetti recessivi della pandemia, giustificarono la sospensione delle regole.
Non c’è dubbio, oggi, che la guerra in Iran sia un evento fuori dal controllo dell’Unione europea e degli stati membri. Tuttavia, gli effetti del conflitto, in particolare sulla crescita economica, sono ancora da valutare. Dipenderanno soprattutto dai prezzi delle materie prime energetiche, che sono legati all’esito del negoziato di pace e alla tenuta della tregua. Se lo Stretto di Hormuz verrà riaperto rapidamente, i prezzi del petrolio e del gas dovrebbero tornare su livelli adeguati entro l’estate. Questo sembra essere l’obiettivo dell’amministrazione americana, anche per evitare contraccolpi eccessivi sull’opinione pubblica statunitense prima delle elezioni di novembre. In questo caso, il rallentamento economico sarà limitato e riassorbibile senza dover mettere in atto misure di finanza pubblica prolungate e senza dover restringere le condizioni monetarie. Se invece i corsi delle materie prime rimarranno elevati più a lungo, il rallentamento economico potrebbe essere di entità maggiore e addirittura determinare una recessione in Europa. Si dovrebbe allora valutare se la politica di bilancio debba compensare l’effetto negativo e consentire un aumento dei disavanzi pubblici, e dunque dei debiti pubblici dei paesi membri oltre quanto consentito dal Patto di Stabilità europeo. Per usare una terminologia diventata di moda, la questione è di valutare se il debito pubblico emesso per far fronte alla crisi energetica sia “buono” oppure “cattivo”. La distinzione tra debito buono e cattivo dipende dai punti di vista. Per chi lo emette, il debito è quasi sempre buono, soprattutto se consente di finanziare programmi di sostegno che aumentano il consenso politico in vista di elezioni. Per chi invece deve decidere se acquistare o meno titoli emessi dallo stato, la risposta dipende dalla traiettoria del debito pubblico, nel medio–lungo periodo.
In questa prospettiva, l’unico debito pubblico che si può considerare buono è quello che viene creato attraverso misure di natura temporanea, che evitano di innescare una dinamica insostenibile e assicurano un rientro in tempi ben definiti. L’esempio classico di debito buono sono le misure anticicliche di sostegno all’economia, che durano solo durante la fase recessiva e vengono poi corrette quando l’economia riprende a crescere più del potenziale. Pertanto, se la causa principale del rallentamento economico è un cambiamento strutturale dei prezzi dell’energia, il debito emesso per sostenere i redditi e cercare di compensare l’effetto dei rincari è, per definizione, cattivo. In altre parole, il debito pubblico non è la soluzione per risolvere problemi strutturali, legati a cambiamenti nelle condizioni di offerta. L’esempio classico di debito usato male è quello emesso dopo gli choc petroliferi degli anni Settanta, che produssero inflazione, disavanzi della bilancia dei pagamenti e che misero in crisi per anni le finanze pubbliche. A fronte di uno choc energetico esterno, l’unico debito buono è quello per finanziare investimenti che consentano di ridurre la dipendenza dalle importazioni, in questo caso per aumentare la produzione dalle fonti rinnovabili.
L’altro aspetto da prendere in considerazione, nel valutare se l’indebitamento è buono o cattivo, è il livello iniziale e la dinamica sottostante del debito stesso. Più il livello iniziale è elevato, più il debito cresce anno dopo anno, più la creazione di debito aggiuntivo è dannosa. Recentemente, è stata data ampia rilevanza al calo del disavanzo pubblico italiano al 3,1 per cento del pil nel 2025. Minore attenzione è stata invece riservata alla continua crescita del debito pubblico, fino al 137,1 per cento del pil, circa 2 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente e 4 punti più del 2023. Le previsioni indicano un’ulteriore crescita nel 2026, anche in conseguenza del maggiore peso degli interessi. In questo contesto, un ulteriore aumento del debito, che rinvia l’inversione di tendenza e mette a rischio la sostenibilità delle finanze pubbliche, non può certo essere considerato buono.