Cosa succede a Hormuz e alle forniture energetiche globali dopo la tregua

Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran riduce le tensioni nel Golfo, ma il mercato dell’energia resta sotto pressione e ci vorrà tempo prima che i flussi riprendano a scorrere. Ci sono 25 petroliere della capienza più elevata ancorate vicino allo Stretto: uno dei nodi è quello delle assicurazioni, che attendono garanzie
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8 APR 26
Ultimo aggiornamento: 04:10 PM
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La tregua tra Stati Uniti e Iran ha ridotto temporaneamente le tensioni nel Golfo Persico, ma la crisi energetica innescata dal conflitto è tutt’altro che risolta. Anche se lo Stretto di Hormuz dovesse tornare rapidamente operativo, esperti e analisti avvertono che serviranno settimane o mesi prima che il mercato petrolifero globale torni a una situazione stabile.
Come sappiamo lo Stretto di Hormuz è fondamentale per il transito di petrolio e gas dal medio oriente verso Asia, Europa e altre regioni. Proprio per questo motivo, il cessate il fuoco tra Washington e Teheran ha immediatamente riacceso l’attenzione sulla possibilità di ripristinare il traffico marittimo di greggio e prodotti energetici attraverso questo passaggio strategico. In ballo ci sono esportazioni di gas, petrolio e prodotti raffinati utilizzati come carburanti e dall'industria chimica.
Secondo Joe Brusuelas, capo economista della società di consulenza finanziaria Rsm Us, i prossimi giorni saranno decisivi per capire se le spedizioni potranno riprendere su larga scala. “Le misure per rafforzare la fiducia saranno cruciali per ripristinare i flussi commerciali”, ha spiegato. Un punto centrale riguarda le assicurazioni per le petroliere, sospese o fortemente limitate durante il conflitto: senza coperture adeguate, molte compagnie non sono disposte a far transitare le proprie navi nello stretto.
Secondo Clayton Seigle, analista energetico del Center for Strategic and International Studies citato da Axios, alcune compagnie potrebbero cercare un’autorizzazione esplicita da parte dell’Iran prima di riprendere le operazioni. “Sarà possibile capire se le autorizzazioni verranno concesse osservando i dati delle piattaforme di tracciamento delle petroliere e le segnalazioni informali sui movimenti delle navi”, ha spiegato.
Dal lato iraniano, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha affermato che il passaggio sicuro delle navi nelle prossime due settimane sarà possibile attraverso il coordinamento con le forze armate del paese e nel rispetto di alcune “limitazioni tecniche”, i cui dettagli non sono stati ancora chiariti.
Nel frattempo, i dati di tracciamento navale mostrano che la normalizzazione è ancora lontana. Secondo quanto scrive il Financial Times, circa 25 superpetroliere della classe più grande — ciascuna con una capacità di circa due milioni di barili — restano ancorate nel Golfo vicino allo Stretto di Hormuz. La maggior parte delle navi non ha ancora ripreso la navigazione nonostante l’accordo di cessate il fuoco. Molte sono dirette verso India, Cina e altri paesi del Golfo, mentre in precedenza Teheran aveva consentito il passaggio solo a un numero limitato di imbarcazioni provenienti da nazioni considerate amiche.
Anche se il traffico marittimo dovesse ripartire, il ritorno alla normalità non sarebbe immediato. Sia perché le petroliere impiegano mesi prima di arrivare a destinazione, sia perché durante il conflitto i principali produttori di petrolio del Golfo Persico hanno ridotto la produzione di milioni di barili al giorno.
Riattivare pozzi e impianti non è un processo istantaneo. Citando gli analisti di ClearView Energy Partners, Axios sottolinea che il riavvio dei campi petroliferi e delle strutture chiuse potrebbe richiedere da settimane a mesi. Brusuelas stima che saranno necessari tra tre e sei mesi per riportare la produzione e la raffinazione regionale ai livelli precedenti alla guerra, anche perché numerosi siti energetici sono stati danneggiati durante il conflitto.
La situazione è ancora più complessa nel settore del gas naturale. Le infrastrutture di esportazione di gas naturale liquefatto in Qatar hanno subito danni che, secondo alcune stime, potrebbero richiedere anni per essere completamente riparati.
Le conseguenze si riflettono già sul mercato globale dei carburanti. Willie Walsh, direttore generale dell’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA), ha avvertito che ci vorranno mesi prima che le forniture di carburante per aerei tornino alla normalità
I mercati hanno comunque reagito positivamente alla tregua: il prezzo del greggio è sceso di circa il 13 per cento dopo l’annuncio del cessate il fuoco e il ritiro della minaccia di attacchi su larga scala da parte del presidente statunitense Donald Trump. Nonostante il calo, i prezzi restano comunque significativamente più alti rispetto ai livelli precedenti alla guerra.
Negli Stati Uniti, ad esempio, il prezzo medio della benzina ha raggiunto circa 4,14 dollari al gallone, il livello più alto dal 2022. In Italia, i dati diffusi stamattina dal governo, il prezzo medio dei carburanti in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 1,789 €/l per la benzina e 2,178 €/l per il gasolio, nonostante lo sconto in vigore.
I prossimi sviluppi dipendono dall’evoluzione dei negoziati tra Stati Uniti e Iran durante le due settimane di cessate il fuoco. Secondo gli analisti della banca d’investimento Jefferies citati da Axios, il rischio di una nuova escalation rimane, ma l’incertezza potrebbe aver già raggiunto il suo picco. I prezzi del petrolio, secondo le loro previsioni, resteranno probabilmente sopra i livelli prebellici per diversi mesi, anche se con un margine di ulteriore aumento più limitato.