E dopo Poste? Come sono andate le partecipate numeri alla mano. Entro il 9 aprile si decide tutto

Da Eni a Leonardo, i campioni dell’energia, della difesa, dei servizi vanno forse male, perdono soldi, non hanno un piano per il futuro, vivacchiano in aree marginali del mercato? No di certo. Guai a disperdere il patrimonio di credibilità accumulato in questi anni

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Foto ANSA

La conferma alle Poste con Matteo Del Fante amministratore delegato e Silvia Rovere presidente apre la giostra delle nomine. Secondo le voci dal Palazzo i turbamenti post-referendari e quelli pre-elettorali annunciavano terremoti. Con molta probabilità non sarà così. Eni, Enel, Leonardo, Terna, Poste, i campioni dell’energia, della difesa, dei servizi vanno forse male, perdono soldi, non hanno un piano per il futuro, vivacchiano in aree marginali del mercato? No di certo. Nel 2024 il Tesoro ha incassato insieme alla Cdp oltre tre miliardi di euro grazie ai dividendi delle partecipazioni industriali. Vedremo quanto entrerà quando saranno pubblici tutti i risultati del 2025. Un’azione Eni il 3 gennaio dello scorso anno valeva 13,47 euro; ieri era a 24, 72, con una capitalizzazione di 74 miliardi di euro e spiccioli. Se facciamo lo stesso calcolo per l’Enel troviamo rispettivamente 7,01 euro e 9,15 ieri con capitalizzazione di oltre 97 miliardi. Leonardo è passato da 26,18 a 61,74 e capitalizza 35 miliardi; da quando la Russia ha invaso l’Ucraina il titolo è decuplicato. Il titolo del quarto grande gruppo, cioè Terna, è salito da 7 a 10 euro. Quanto a Poste, un’azione è passata da 13 a 20 euro.
Dunque tutte sono state premiate dal mercato. Perché allora lo stato è scontento? L’annuncio del matrimonio tra Poste italiane e Tim ha di fatto escluso che potesse cambiare il top manager che ha costruito il nuovo campione nazionale. Sembra impossibile che possa uscire di scena Claudio Descalzi nel bel mezzo di una crisi energetica e dopo che l’Eni ha presentato agli azionisti e agli investitori la fotografia di un’azienda che dal 2014 cioè da quando l’attuale amministratore delegato è al comando, ha scoperto oltre 11 miliardi di barili di olio equivalente, di cui 900 milioni nel 2025. La svolta è stata proprio questa. L’Eni è leader mondiale nella ricerca, con un ampio raggio d’azione: il Mediterraneo e l’Africa, ma anche il sud est asiatico e il sud America. Il gruppo ha relativamente pochi debiti (15 miliardi di euro su un fatturato di quasi 89 miliardi) e le casse piene che finanziano gli investimenti. Proprio la generazione di cassa è una delle migliori carte di Descalzi il quale annuncia un aumento annuo del 14% fino al 2030. E la pazza crisi scatenata dalla guerra all’Iran? Il piano illustrato il 19 marzo scorso agli operatori finanziari prevede un prezzo medio di 70 dollari al barile quest’anno, ma per scenari superiori a 90 $ al barile, oppure per incrementi del 50% del prezzo del gas o del margine di raffinazione, l’Eni prevede di distribuire il 100% del cash flow addizionale in forma di dividendo straordinario.
L’Enel, una delle principali multinazionali delle energie rinnovabili, ha presentato il 23 febbraio un piano di qui al 2028 che prevede di aumentare l’utile e il dividendo per azione (del 6% quest’ultimo). Nei tre anni precedenti l’azienda ha distribuito 15 miliardi tra dividendi e acquisto di azioni proprie. Ora prevede investimenti di 53 miliardi soprattuto in Europa, tra capacità installata (75% da eolico e tecnologie programmabili come batterie) e reti. L’Enel porta sulle spalle un pesante debito del passato: 57 miliardi su ricavi di 80 miliardi l’anno scorso. Il rapporto tra debiti e margine operativo lordo, però, è al 2,5% tra i migliori nel settore. Che cosa ha da temere l’ad Flavio Cattaneo che a differenza da Descalzi è stato scelto ex novo dal governo Meloni? In realtà le voci davano in pericolo il presidente Paolo Scaroni il quale però gode della fiducia di Forza Italia e in particolare della famiglia Berlusconi. Tajani vorrebbe avere un’altra presidenza, magari a Terna, si parla anche qui di Stefano Cuzzilla presidente di Trenitalia (si deciderà tutto prima del 9 aprile).
Le frecciate maggiori sono arrivate a Roberto Cingolani. Già ministro dell’ambiente e dell’energia con Mario Draghi è al comando di Leonardo esattamente da tre anni e la sua gestione coincide con il balzo del gruppo della difesa. Insieme al tedesco Rheinmetall che si è aggiudicato le maggiori commesse della Germania, il britannico Bae e il francese Thales l’italiano Leonardo viene considerato dagli analisti tra i maggiori protagonisti. Citigroup ha promosso il titolo, la vera partita adesso è aumentare i margini e la redditività, ci vuole un uomo di conti più che di strategia? Cingolani potrebbe diventare presidente affiancato da un manager operativo, ma è probabile che resti al suo posto e cambi invece il presidente, poltrona che potrebbe andare alla geopolitica Elisabetta Belloni (o Stefano Cuzzilla). Tutto dipende dal chiarimento tra Guido Crosetto e Giorgia Meloni che freme per cambiare; vuole “un cambio di passo”, e sembra che abbia messo gli occhi su Pierroberto Folgiero, gran capo di Fincantieri che ha puntato anche lui sulla difesa, ma sottomarina, mentre a Giovanbattista Fazzolari piace Alessandro Ercolani responsabile di Rheinmetall in Italia. Guai a disperdere il patrimonio di credibilità accumulato in questi anni; un criterio che vale per tutte le imprese, ancor più per quelle di punta.