Perché il futuro del mercato unico dei capitali passa anche dalle scelte di Cdp

Dopo la sua riforma del 2003, la Cassa è uscita dai confini puntando su accesso alle risorse europee, finanza per lo sviluppo nelle economie emergenti e rafforzamento dei rapporti con investitori globali. Un mercato unico dei capitali in Europa non c’è, ma qualcosa si sta muovendo

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1 APR 26
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Loghi di Cassa Depositi e Prestiti, Roma, 12 marzo 2026. ANSA/Emanuele Valeri (NPK)

Un mercato unico dei capitali in Europa non c’è, non ancora. Grandi banche, campioni in grado di competere con i mastodonti americani nemmeno e ogni tentativo di crearli s’infrange sugli scogli del nazionalismo (vedi Unicredit-Commerzbank). Ma qualcosa si muove oggi in modo più rapido e consistente di un tempo, per non finire sotto le macerie dei vecchi equilibri internazionali. La Ue ha puntato su scelte di medio-lungo periodo i cui risultati si vedranno nel tempo. L’accelerazione imposta dalla nuova rivoluzione tecnologica e dal crollo dei vecchi equilibri internazionali, richiede scelte anche ben più ravvicinate, tuttavia l’Unione non è affatto disarmata finanziariamente pur nel suo modo complicato, talvolta tortuoso. Al contrario possiede già strumenti importanti, controllati dai governi, come in Italia, Germania e Francia, che attraverso l’uso di risorse pubbliche e private possono fare da leva per il rilancio europeo.
In Europa si amano formule esoteriche come 5 più 1 e acronimi come Elti, ma in sostanza si tratta di far lavorare insieme istituzioni finanziarie pubblico/private che mettono in movimento centinaia di miliardi di euro da investire in infrastrutture e imprese strategiche. “Cinque più uno” significa in realtà che Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna insieme alla Bei, la Banca europei per gli investimenti, hanno costruito nel tempo un rapporto di forte cooperazione rilanciato e rafforzato il mese scorso a Monaco di Baviera. Si chiamano Istituti nazionali di promozione, i principali sono la Caisse des Depôts et Consignations (Cdc) francese, il Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW) tedesco, la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) italiana, la Bank Gospodarstwa Krajowego (Bgk) polacca e l’Instituto de Crédito Oficial (Ico) spagnolo. Sono espressioni del modello di economia mista che caratterizza il Vecchio Continente; nel 2025 hanno realizzato investimenti per 300 miliardi di euro. Elti sta per European Long-Term Investors l’associazione che riunisce 33 banche e istituzioni finanziarie pubbliche che vantano un patrimonio complessivo di tremila miliardi di euro.
Comunanza di intenti e rafforzamento della cooperazione sono stati stimolati e favoriti dalla Cdp. Sarà per la sua formazione o per gli anni trascorsi come vicepresidente della Bei, ma l’amministratore delegato Dario Scannapieco punta molto su questa formula per realizzare grandi progetti. La Cdp presiede l’Elti dal 2023 e l’anno scorso Scannapieco è stato confermato fino al 2028. Nel nuovo Quadro finanziario pluriennale dell’Unione è stata rafforzata la possibilità per gli istituti nazionali di accedere al bilancio comunitario secondo il principio chiamato in eurocratese Open Architecture, fortemente sostenuto proprio da Scannapieco. E infatti è del Gruppo Cdp il primato fra gli Istituti di promozione europei per risorse europee utilizzate secondo tale principio: la Cassa si è aggiudicata oltre 1 miliardo di euro di garanzie InvestEU, in grado di mobilitare investimenti per oltre 2 miliardi in Italia grazie all’effetto leva. La sempre più ampia europeizzazione della Cdp è confermata anche dal memorandum firmato il 3 marzo con la Bei per una partnership strategica. Lo scopo è favorire l’uso congiunto dei mezzi e degli strumenti finanziari in Italia, nell’Unione, ma anche oltre, come nei Balcani e in Africa. L’espansione internazionale si è concentrata infatti anche sul fronte della finanza per lo sviluppo, consentendo alla Cassa di giocare un ruolo chiave nell’attuazione del Piano Mattei del governo italiano, per il quale ha impegnato già 1,8 miliardi di euro.

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Tornando in Europa, nel 2009 era stato creato il fondo Marguerite con una dimensione finanziaria di 710 milioni di euro e la partecipazione diretta della Commissione e dei “5 più 1”. Nel 2017 è arrivato Marguerite II (745 milioni), nel 2022 Marguerite III che ha raggiunto una dimensione di 705 milioni per investire su energia, digitale, gestione rifiuti e reti idriche, trasporti. In Italia portano il segno della margherita Irideos (cloud, data center, fibra ottica) che oggi fa parte del gruppo Retelit fondato da Angelo Moratti; City Green light (illuminazione pubblica e smart city) acquisito l’anno scorso dal fondo australiano Igneo Infrastructure Partners; Comat servizi energetici (efficienza energetica residenziale) ora nel portafoglio del terzo fondo F2i.
Sono alcuni esempi che dimostrano come e quanto abbia cambiato volto l’istituzione fondata dal Regno di Sardegna per finanziare gli enti locali. Dopo la sua riforma del 2003 con l’ingresso delle fondazioni di origine bancaria e poi con la trasformazione in istituto di promozione, la Cassa è uscita dai confini seguendo alcune direttrici complementari: accesso alle risorse europee, finanza per lo sviluppo nelle economie emergenti, sostegno all’internazionalizzazione delle imprese e il rafforzamento dei rapporti con investitori globali. Non si tratta di lasciare l’Italia, ma al contrario di sostenere il suo ruolo internazionale e favorire l’attrazione di capitali, anche attraverso il rapporto con investitori istituzionali, fondi sovrani, venture capital e private equity. Come amano dire nel palazzone di via Goito che fiancheggia palazzo Sella, sede del ministero dell’economia, “la Cdp è la piattaforma di investimento e la porta di accesso privilegiata al mercato italiano”. Una porta aperta perché, scriveva Carlo Maria Cipolla, gli italiani “sono abituati fin dal Medio Evo a produrre, all'ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo” e non solo agli italiani.