Economia
L'analisi •
Senza materie prime critiche si ferma metà della manifattura italiana
L’Europa firma accordi per affrancarsi, ma tra estrazione assente, raffinazione debole e controlli cinesi la dipendenza resta strategica. Lo studio di Mediobanca sull'industria nazionale

Martedì Ursula von der Leyen ha firmato l’intesa commerciale dell’Ue con l’Australia dicendo al Parlamento a Canberra: “Le dipendenze possono essere usate come armi.” Parlava di materie prime critiche: litio, alluminio, manganese e terre rare. L’accordo rimuove oltre il 99 per cento dei dazi sulle esportazioni Ue verso l’Australia e vieta restrizioni all’export sulle materie prime. Quei materiali che l’Europa praticamente non estrae e raffina troppo poco, ma senza i quali non funziona né un chip né un missile.
Una nuova analisi dell’Area studi Mediobanca analizza l’impatto delle materie prime critiche sull’industria. L’Italia ne importa per 21,2 miliardi di euro l’anno e di questi, 11,3 miliardi entrano nelle filiere manifatturiere e attivano 489 miliardi di fatturato italiano. Le materie prime critiche pesano il 3,2 per cento sui costi d’acquisto delle imprese, dunque un’incidenza contenuta che ne cela, solo apparentemente, l’essenzialità. Questo perché sono quasi insostituibili, e se mancano si ferma più della metà della manifattura nazionale. Le imprese italiane che ne dipendono sono in larga parte di piccola dimensione: solo il 2,8 per cento supera i 50 milioni di fatturato. Ma senza materie prime critiche non si producono nemmeno cavi elettrici, schede elettroniche, acciaio speciale, componenti per aerei o fertilizzanti. Le filiere coinvolte vanno dall’automotive alla microelettronica, dalla chimica all’aerospazio. Il 52 per cento del fatturato delle imprese che dipendono da questi materiali è in alta e medio alta tecnologia, ossia la parte dell’industria italiana a più alto valore aggiunto, contro il 35 della media manifatturiera.
Il problema, però, riguarda tutti i paesi europei. L’Ue è a zero sulle terre rare e sul cobalto ha appena il 4 per cento di controllo estrattivo, di cui tre quarti riconducibili a interessi russi mascherati da holding cipriote. Non a caso, nel 2024 oltre il 94 per cento delle terre rare importate dall’Unione è arrivato da tre soli paesi: Cina, Malesia e Russia. La Cina domina la raffinazione, lavorando l’87,8 per cento delle terre rare mondiali (il 77 per cento del cobalto, il 69,2 per cento del litio). Sulla trasformazione l’Europa fa meglio – per cobalto e rame l’Ue raffina quote rilevanti – ma sul resto la catena è quasi del tutto in mano cinese. Pechino ha dimostrato di saper usare questa leva: da luglio 2023 ha introdotto restrizioni crescenti all’export di gallio, germanio, antimonio e terre rare. Le esportazioni cinesi di antimonio sono crollate del 97 per cento dopo le restrizioni del 2024. Dopo un vertice Trump-Xi a fine 2025 Pechino ha sospeso l’ultima stretta su tecnologie e know how, ma l’architettura dei controlli costruita dal 2023 resta in vigore.
Così la partita si sta giocando anche in Sud America. Il cosiddetto triangolo del litio – Argentina, Bolivia, Cile – contiene il 56 per cento dei giacimenti conosciuti, e le aziende cinesi vi hanno costruito una presenza dominante con investimenti miliardari e accordi diretti con i governi locali. L’Europa si è mossa tardi: l’accordo con il Cile è entrato in vigore solo a febbraio 2025; quello con il Mercosur – uno dei pilastri è proprio l’accesso alle materie prime di Argentina e Brasile – entrerà in applicazione dal primo maggio. L’Ue ha il Critical Raw Materials Act, in vigore dal maggio 2024, che pone l’obiettivo di estrarre il 10 per cento del fabbisogno europeo entro il 2030, raffinarne il 40 per cento e riciclarne il 25 per cento. Ma soprattutto, non dipendere da un singolo paese per più del 65 per cento. Secondo lo studio di Mediobanca solo il rame soddisfa i primi tre target.
La Commissione prevede un fabbisogno europeo di litio in aumento di dodici volte entro il 2030, e di terre rare di sei volte. A dicembre il piano RESourceEu ha promesso 3 miliardi in dodici mesi per progetti alternativi, acquisti congiunti e depositi strategici. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso a febbraio ha annunciato la candidatura italiana a ospitare uno dei primi depositi europei, un progetto pilota nel nord Italia. Ma il regolamento fissa obiettivi non vincolanti e la Corte dei conti europea ha segnalato finanziamenti frammentati, e soprattutto nessun monitoraggio. Ora si potrà comprare più litio dall’Australia, ma se serve mandarlo a Pechino per trasformarlo in una batteria, per esempio, vuol dire che c’è ancora dunque molto lavoro da fare, sia per l’Italia sia per l’Europa.



