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Perché le sanzioni più pericolose per Putin sono quelle dei mercati, non degli stati

Claudio Cerasa

Dopo decenni di delocalizzazioni, pandemia e guerra in Ucraina potrebbero spingere gli investitori a riportare diverse produzioni strategiche all'interno dei paesi occidentali. Il nuovo ordine spiegato con la globalizzazione

Mercato e democrazia: e se il matrimonio del futuro fosse questo? Ci sono sanzioni economiche visibili, esplicite, chiare, che sono quelle che riguardano il presente, e ci sono sanzioni economiche meno visibili, meno esplicite ma altrettanto importanti, che sono quelle che riguardano il futuro. Le prime sanzioni sono quelle legate agli stati. Le seconde sono invece quelle legate ai mercati. Le prime sanzioni sono destinate a essere transitorie. Le seconde sono destinate a restare lì, in modo non provvisorio, e sono sanzioni destinate a cambiare il mondo più di quanto abbia provato a fare Vladimir Putin con la sua guerra criminale.

Mercato e democrazia: e se il matrimonio del futuro fosse questo? Il primo elemento utile per provare a inquadrare il tema riguarda naturalmente il terreno dell’energia. E per quanto Putin possa fare il bullo su questo fronte, sul fronte del pagamento in rubli delle aziende russe, la verità è che sul medio e lungo periodo l’economia del suo paese perderà quello che attualmente è il suo mercato di riferimento: l’Europa. L’Europa dove Gazprom raccoglie il 67 per cento dei suoi ricavi. L’Europa che, all’interno dello spazio dell’Ue, si è impegnata a ridurre i suoi acquisti di gas russo di due terzi entro la fine dell’anno (ieri la Polonia ha annunciato l’embargo sul carbone russo a maggio e la fine delle importazioni di petrolio e gas a dicembre).

Lo schema scelto dall’Europa per svincolarsi dal cappio del gas russo è quello di diversificare il più possibile le fonti di approvvigionamento (più concorrenza uguale più libertà) mettendo in circolo una collaborazione tra paesi amici (i rigassificatori che servono all’Italia verranno messi a disposizione anche dalla Spagna) in modo da non essere più dipendenti da singoli stati canaglia per provare a compiere a poco a poco il miracolo di aumentare l’interscambio con i paesi che condividono valori democratici non distanti dai propri. Lo stesso schema di gioco, se si vuole, lo si può poi osservare allargando lo sguardo sulla globalizzazione del futuro.

Howard Marks, cofondatore e copresidente di Oaktree Capital Management, uno dei fondi d’investimento più importanti del mondo, pochi giorni fa ha inviato una lettera agli investitori mettendo in luce un tema interessante: “Molte aziende, dopo le crisi passate, cercheranno di accorciare inevitabilmente le loro linee di fornitura e renderle più affidabili, principalmente riportando la produzione sul proprio territorio”. Un esempio chiaro per comprendere la rivoluzione in corso relativa al futuro della globalizzazione, e la progressiva coincidenza tra la tutela del mercato e la tutela della democrazia, riguarda il mercato dei semiconduttori.

Il capitalismo, nota ancora Marks, si basa da sempre sul desiderio di massimizzare il reddito e la globalizzazione, per massimizzare il reddito, ha offerto una condizione perfetta: produrre laddove i costi sono più bassi. Lo sconvolgimento causato prima dalla pandemia e ora dalla guerra ha però generato un effetto imprevisto: aver delocalizzato in modo eccessivo alcune produzioni strategiche (per esempio i microchip in Asia) ha esposto alcuni paesi (come gli Stati Uniti) alle instabilità delle realtà in cui si è andati a delocalizzare (per esempio l’Asia). E così come l’Europa ora cercherà di essere meno dipendente dal gas russo (che intanto l’Europa importa dagli Stati Uniti) allo stesso modo gli Stati Uniti (che intanto iniziano a costruire fabbriche di microchip in Europa) cercheranno di riportare alcune produzioni strategiche lontane da paesi democraticamente. E dopo molti decenni di globalizzazione improntata sulla minimizzazione dei costi, dunque, la globalizzazione del futuro potrebbe spingere i mercati a considerare l’alta affidabilità di un contesto democratico come un’opportunità maggiore rispetto alla minimizzazione dei costi. L’accerchiamento di Putin, e degli stati complici dei suoi massacri, in fondo è tutto qui. Nel patto d’acciaio del futuro tra mercato e democrazia. Niente male come sanzione.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.