Foto: Ansa/Epa/Olivier Hoslet

affrontare la transizione

La guerra energetica offre una lezione: meno ideologia uguale più libertà

Claudio Cerasa

La sberla di Biden, la svolta europea. Per essere meno dipendenti dal gas russo occorre differenziare al massimo le fonti di energia, con il pragmatismo della neutralità

C’è una guerra che si combatte a colpi di bombe, esplosioni, missili, violenze e aggressioni, che è quella che scorre sulle nostre timeline ormai da quasi due settimane, e c’è una guerra diversa che si combatte ormai da qualche giorno, che non riguarda razzi, proiettili, corridoi umanitari e raid aerei ma riguarda una rivoluzione che sopravviverà qualsiasi cosa accadrà tra la Russia e l’Ucraina. Ed è una guerra al centro della quale si trova la vera svolta che è stata innescata dal conflitto in Ucraina: quella sull’energia.

Joe Biden, con un colpo a sorpresa, ieri ha annunciato l’embargo degli Stati Uniti sul petrolio, il gas e il carbone provenienti dalla Russia (e pur di punire Putin, Biden sarebbe pronto, come raccontato da Reuters, a valutare l’importazione del petrolio anche dal Venezuela e dall’Iran). E sempre ieri la Commissione europea ha presentato una serie di misure utili a ridurre le importazioni di gas dalla Russia circa dell’66 per cento entro la fine di quest’anno. La guerra in Ucraina, come è evidente, ha cambiato tutto nei rapporti tra l’occidente libero e la dittatura di Putin. Ma ciò che è destinato a cambiare in modo non reversibile nel rapporto con la Russia ha a che fare con qualcosa di più profondo di una semplice nuova allocazione delle fonti di approvvigionamento energetico: la transizione ecologica.

La clamorosa novità introdotta dalla guerra in Ucraina all’interno del dibattito politico coincide con l’improvvisa trasformazione della transizione ecologica in una strategia non più svincolata da due parametri essenziali: la necessità di non trasformare la transizione in una minaccia per la tutela del benessere e la necessità di rendere la transizione verso un mondo meno ostaggio delle emissioni compatibile con la difesa dei princìpi non negoziabili di una società aperta. Frans Timmermans, commissario per il Clima, pezzo da novanta del Pse, ieri ha detto che è “immaginabile” che alcuni paesi rinuncino al gas come energia di transizione, mantenendo più a lungo nucleare e carbone, e ha illuminato con chiarezza una parte del mosaico relativo alla rivoluzione in corso: per essere meno dipendenti dal gas russo occorre differenziare al massimo le fonti di energia e per differenziare al massimo le nostre fonti di energia l’ideologia dell’ottusità deve essere sostituita con il pragmatismo della neutralità

E’ per questo che paesi come la Germania e il Belgio stanno valutando se rinviare l’addio definitivo all’energia nucleare. Ed è per questo che paesi come l’Italia hanno scelto di sfruttare al massimo le risorse alternative al gas russo (dalle nuove trivellazioni alla riapertura di alcune centrali a carbone) per non restare più ostaggio di un singolo dittatore. “L’Ue – ha scritto su Twitter nel fine settimana Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea – è determinata a limitare la capacità di Putin di finanziare la sua atroce guerra”.

E le parole di von der Leyen illuminano un altro elemento strategico della guerra sull’energia che riguarda un’importante lezione messa in campo da un partito cruciale nella nuova stagione europea: i Verdi tedeschi. Uno dei loro rappresentanti, membro del governo Scholz, si chiama Robert Habeck. E’ ministro dell’Economia e responsabile delle politiche climatiche e in questa fase ha il compito di spiegare agli elettori che lo hanno votato una nuova dottrina politica: rendere le politiche ambientali non più svincolate dalla salvaguardia del benessere, dalla tutela dei diritti umani e dalla difesa della democrazia. “L’invasione dell’Ucraina – ha scritto il Wall Street Journal in un editoriale dedicato al caso dei Verdi tedeschi – sta mettendo alla prova gli ideali astratti degli ambientalisti, costringendo tutti a fare i conti con  un nuovo equilibrio tra obiettivi climatici, sicurezza nazionale e aspirazioni alla pace nel mondo”.

Meno ideologia uguale più neutralità. Più neutralità uguale più concorrenza. Più concorrenza uguale più libertà. La guerra energetica, volendo, si vince anche così.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.